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Riforma della cooperazione un anno dopo: è tempo di fare un bilancio

I più ottimisti potranno dire che per una riforma approvata dopo 27 anni di attesa, un anno in più non conta granché. Ebbene sì, è passato già un anno da quando il parlamento ha licenziato la riforma della cooperazione allo sviluppo diventata legge a fine agosto del 2014. Dodici mesi nei quali si sarebbero dovuti scrivere i regolamenti attuativi e varare gli organi previsti dalla nuova legge 125, in primis il Consiglio Nazionale e l’Agenzia Italiana per la Cooperazione fortemente voluta dall’ex vice ministro Lapo Pistelli. Un anno dopo, ironia della sorte, non c’è l’Agenzia e nemmeno il vice ministro Pistelli. O meglio, non c’è proprio un vice ministro con la delega alla cooperazione. Si attende ancora che ne venga nominato uno dopo le dimissioni di Pistelli e il suo trasloco all’Eni. Per il varo dell’Agenzia si parla di primo semestre del 2016 mentre la bozza del suo statuto è attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari.

 

Ma cosa è stato fatto in questo primo anno? A che punto siamo con il processo attuativo della nuova legge?

 

Il Comitato Interministeriale per la Cooperazione allo Sviluppo
Il Comitato, di cui fanno parte i rappresentanti di molti Ministeri, assicura la programmazione e il coordinamento delle attività di cooperazione allo sviluppo svolte dalle amministrazioni pubbliche nonché la coerenza delle politiche nazionali con i fini della cooperazione allo sviluppo. Si è riunito per la prima volta lo scorso 12 giugno. Nel corso della prima riunione, il Comitato ha approvato il Documento triennale di programmazione e indirizzo, che delinea la visione strategica della cooperazione allo sviluppo italiana e costituirà un quadro di riferimento comune per le Amministrazioni dello Stato e per gli altri soggetti della cooperazione. Il Cics ha approvato anche la relazione sulle attività di cooperazione allo sviluppo svolte nel 2014 da tutte le amministrazioni pubbliche e sulla partecipazione dell’Italia a banche e fondi di sviluppo e agli organismi multilaterali.

 

Il Consiglio Nazionale
Il Consiglio Nazionale, composto da 50 rappresentanti dei principali soggetti pubblici e privati, profit e non profit, del sistema di cooperazione italiana allo sviluppo, ha il compito di favorire la reciproca conoscenza e la formazione di partenariati, nonché di esprimere pareri sulle materie attinenti la cooperazione allo sviluppo ed in particolare sulla coerenza delle scelte politiche, sulle strategie, sulle linee di indirizzo, sulla programmazione, sulle forme di intervento e sulla loro efficacia. Si è riunito per la prima volta il 6 luglio scorso ed ha espresso parere favorevole sul Documento triennale di programmazione e indirizzo, documento che peraltro era già stato pubblicato da giorni nel sito della Cooperazione Italiana, non appena approvato dal Comitato Interministeriale.

 

L’Agenzia per la cooperazione
La nuova legge ha lasciato aperte molteplici questioni da risolvere in sede di scrittura dei regolamenti attuativi, quello della DGCS, lo Statuto dell’Agenzia e la normativa secondaria in generale. La legge stabiliva come termine ultimo per il varo di questi strumenti sei mesi dalla data della pubblicazione del testo di legge sulla Gazzetta Ufficiale. Il termine è scaduto il 24 di febbraio scorso.
Per quanto riguarda lo Statuto dell’Agenzia, la bozza, dopo aver passato non indenne lo scoglio del Consiglio di Stato, è attualmente all’esame delle competenti commissioni parlamentari. Non mancano in merito diversi malumori sottolineati dalle ONG anche in sede di audizione parlamentare per un testo che sembra smorzare l’innovazione organizzativa introdotta con la riforma e depotenziare l’Agenzia stessa in favore della vecchia DGCS del MAECI. Poco chiare e dettagliate le regole relative all’ingresso del privato profit nella cooperazione.
Manca all’appello anche il Direttore dell’Agenzia la cui individuazione potrà essere avviata solo dopo la pubblicazione in gazzetta dello statuto che ne dettaglia le modalità di selezione.

 

Con il passare dei mesi cresce la preoccupazione degli operatori per il prolungamento temporale della fase di transizione nel passaggio di competenze e funzioni da DGCS ad Agenzia che renderà inevitabilmente problematica e complessa la gestione dei progetti pluriennali in corso finanziati con le procedure della legge 49/87. Altro punto interrogativo riguarda le risorse destinate alla cooperazione per l’anno 2016, se il varo dell’Agenzia dovesse tardare ulteriormente si dovrebbe ricorrere a un prolungamento dei poteri della DGCS in merito.

 

Una panoramica più esaustiva del livello di attuazione della legge è contenuta in un recente rapporto elaborato da ActionAid Italia dal titolo “Cooperazione italiana: gli ostacoli da superare”. Il paper analizza e condivide i limiti e i punti di forza della legge 125 del 2014 sulla base di uno studio precedentemente condotto in collaborazione con il Prof. Eduardo Missoni dell’Istituto degli Studi di Politica Internazionale.

 

La parola ora spetta a voi, agli operatori del settore. Cosa pensate di questo primo anno dopo la riforma?

 

Potete esprimere la vostra valutazione nel sondaggio pubblicato nella barra in alto a destra.

 

ECCO I RISULTATI DEL SONDAGGIO DOPO DUE SETTIMANE

 

 


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  1. Rispondo dal campo, dal Madagascar, quindi lontano da rumors e palazzi, ma sufficientemente attento a quello che è successo finora per confermare la mia personale delusione. Per superare le note secche della incanutita diplomazia italiana ci voleva davvero un ‘ ‘vascello corsaro’ ‘e dapprima la Mogherini e poi Pistelli avrebbero potuto soffiare forte sulle vele per far uscire la cooperazione porto delle nebbie dove era finita. Il cambio con Gentiloni, certo non un ardito rottamatore, poi l’inspiegabile ritardo a sostituire Pistelli hanno portato all’insabbiamento più o meno al varo. Son già 5 i mesi fuori tempo massimo per l’Agenzia, il livello di confronto basso e underground, nel vuoto di paletti e regole si affacciano lobbisti (mi riferisco a Letizia Moratti) di quel grande profit come ENI e Fiat che renderanno invisa e snaturata la Riforma già dalla culla. Ma soprattutto non si vede proprio alcuna coerenza con gli impegni da assumere nei prossimi importanti eventi ne’ con le promesse già fatte. Anzi, peggio, ho la grande sensazione che a quegli impegni si arriverà aumentando le quote di aiuti multilaterali, banche e fondi di sviluppo, proprio quelli che hanno portato la cooperazione italiana alla marginalità, sia per qualità di intervento che di popolarità e consenso. In questo Paese, considerato il più povero al mondo dalla Banca Mondiale, l’aiuto italiano si tradurrà come al solito nell’oscuro cofinanziamento di cattedrali nel deserto, servili omaggi a potenti ministri, sprechi, corruzioni indicibili, sperperi delle grandi Agenzie internazionali senza mai nemmeno poter vantare una sola volta l’impegno italiano, mentre, al contrario, le decine e decine di piccole e medie associazioni di volontariato italiane, presenti da decenni con interventi capillari e parsimoniosi saranno costrette ad ammainar bandiera per mancanza totale di risorse e riconoscimento. E in quest’ultimo punto, la mancanza di riconoscimento al ruolo specifico delle associazioni, imputo la maggior critica e deficienza alla Riforma, che ha diviso più che unire, sapendo già in partenza che per accontentare le cento mani protese, l’unico modo era ‘ ‘divide et impera’ ‘, e solo così si spiega il ritorno centripeto alla Dgcs (che meglio dell’Agenzia potrà ricevere le inguardabili liste della spesa dei vari Ministeri, come quello della Difesa o dalle diplomazie di Paesi come Cina, Brasile o Turchia che ci ostiniamo a sostenere). L’Agenzia dovrà essere il vero fulcro della cooperazione, anche se rimasta priva del suo mentore, il Consiglio nazionale dovrà essere più libero e proattivo e non solo un luogo di avvallo notarile, i rappresentanti dei vari mondi invitati più coesi a rivendicare priorità condivise e non solo di parte propria (come temo accadrà) e tutti insieme più incisivi per tirare la volata alla cooperazione di ong e associazioni, queste ultime le vere sacrificate dalla incompiuta Riforma

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