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Tagli e fusioni, si annunciano tempi duri per le ONG svizzere

Pressione politica interna, concorrenza dall’estero, taglio dei fondi nazionali e azzeramento dei finanziamenti europei. Sono i principali ingredienti di una crisi inedita che le organizzazioni svizzere di aiuto allo sviluppo stanno attraversando e che comporta un ridimensionamento della loro azione, percorsi di fusione e licenziamenti consistenti. Negli ultimi tempi infatti le organizzazioni umanitarie svizzere hanno ricevuto parecchie cattive notizie nonostante fino a poco tempo fa il paese elvetico fosse visto come un eldorado per molte ONG europee. Gli effetti non si sono fatti attendere: la fondazione Terre des hommes a Losanna (1) ha annunciato la soppressione di oltre 60 posti di lavoro, un quarto dell’effettivo, a causa di problemi finanziari. Altre importanti organizzazioni della società civile hanno fatto trapelare messaggi molto simili. Caritas Svizzera ha annunciato che lascerà cinque paesi, facendo scendere da 20 a 15 i paesi della sua operatività all’estero. Nei prossimi mesi Caritas abbandonerà gradualmente la sua presenza in Bangladesh, India, Kenya, Palestina e Colombia. Corre ai ripari anche il colosso umanitario delle chiese evangeliche HEKS che a seguito delle difficoltà economiche procederà entro il 2021 procederà alla fusione con Pane per tutti, un altro rilevante organismo evangelico di aiuto allo sviluppo.

Eppure la Svizzera ha sempre avuto una buona tradizione nel settore umanitario; sede di importanti organismi internazionali, paradiso fiscale e mercato di alto livello per le donazioni ha convinto molte organizzazioni europee (anche italiane) ad aprire una sede. A dirlo è Daniel Hitzig di Alliance Sud (rete di sei grandi organizzazioni svizzere di cooperazione internazionale): “Numerose organizzazioni umanitarie straniere sono venute in Svizzera alla ricerca di donazioni e hanno aperto anche solo un piccolo ufficio con due o tre impiegati estremamente professionali nella comunicazione e raccolta fondi. [..] ora c’è il rischio di un certo affaticamento da parte dei donatori, i quali sono sempre più sollecitati da un numero crescente di organizzazioni. Per il futuro la parola chiave per mantenere la fiducia dell’opinione pubblica è “credibilità”.

Effetto Brexit, stop ai fondi europei
Il primo problema risiede nella controversia tra Berna e Bruxelles sull’accordo quadro tra Svizzera e UE che ha portato all’inizio dell’anno al taglio dei fondi europei. Poco prima di Natale, la Commissione europea ha inviato una lettera a dieci organizzazioni non governative svizzere. La missiva annuncia che in futuro non ci saranno più fondi europei a disposizioni per le ONG elvetiche che forniscono aiuto umanitario nelle regioni di crisi. Ad essere toccate dal provvedimento sono organizzazioni come Caritas, Medici senza Frontiere Svizzera o World Vision. L’anno scorso, i fondi UE avevano superato i 50 milioni di euro. Soldi che d’ora in poi mancheranno dai bilanci di queste ed altre organizzazioni.
La Commissione nega che la Brexit abbia influito sulla decisione e si limita a confermare la decisione motivata da “insufficienti basi giuridiche” La portavoce della Commissione Mina Andreeva ha sottolineato che non si tratta di una “punizione” legata ai negoziati sull’accordo quadro istituzionale tra la Svizzera e l’UE, accordo che Berna non sembra intenzionata a firmare.

Switzerland first e la diminuzione dei fondi nazionali
Un altro fattore rilevante di questa crisi è la pressione politica interna sui temi migratori e identitari. Il nuovo ministro degli affari esteri Ignazio Cassis, con la sua retorica della ‘Switzerland first’ e l’orientamento dell’aiuto allo sviluppo sulla migrazione ha dato un’ulteriore spinta ai discorsi populisti, secondo i quali non si devono più inviare soldi ai paesi poveri se non ci sono sufficienti mezzi finanziari per i pensionati in Svizzera. Fatto sta che la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC), a partire dal 2021, vuole diminuire di 2,5 milioni di franchi i fondi ai programmi delle grandi agenzie umanitarie.

Basta solidarietà, ci penserà il mercato
Ma a scoraggiare l’opinione pubblica rispetto all’utilità dei fondi da destinare alla cooperazione non ci sono solo i discorsi sovranisti. In molti si consolida l’idea che il futuro della cooperazione allo sviluppo risiede nella collaborazione con i capitali privati e che sarà il settore privato profit a cambiare le sorti dei paesi poveri. Uno scenario a cui le organizzazioni della società civile non sono ancora pronte e che comunque richiede una velocità di reazione tipica del mondo del business. “Gestire una ONG in questo contesto è un compito manageriale complesso” – continua Hitzig – “non escludo la possibilità che qualche manager abbia fatto male i calcoli, prevedo che il contesto rimarrà difficile. Gli anni in cui le agenzie umanitarie hanno potuto crescere, in cui non sono state quasi mai messe in discussione, sono finiti. Tra qualche anno non ci saranno così tante organizzazioni come oggi. Alcune dovranno probabilmente gettare la spugna e non escludo ulteriori fusioni”.

(1) NB: la notizia si riferisce in particolare alla Fondazione Terre des Hommes Losanna che è parte del network di organizzazioni indipendenti Terre des Hommes (Federazione Internazionale Terre des Hommes – TDHIF)


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