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Cosa possiamo aspettarci dal summit sul clima di New York

Era il mese di ottobre del 2018 quando un rapporto del Climate Action Network lanciava l’allarme. «Nessun Paese europeo è ancora allineato all’Accordo di Parigi», aveva spiegato, numeri alla mano, la rete di associazioni ambientaliste. Al contempo, Donald Trump da anni lavora per smantellare ogni politica ecologista attuata dal suo predecessore. Jair Bolsonaro ripete che l’Amazzonia è prima di tutto una risorsa (nazionale) da sfruttare. Anche a costo di deforestarla. E Vladimir Putin è sempre fedele a sé stesso.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che il mondo della finanza continua imperterrito a foraggiare i settori più dannosi per il clima. Con i 33 principali istituti di credito del mondo che, dal 2016 al 2018, hanno concesso alle fonti fossili un totale di 1.900 miliardi di dollari. E con i colossi di petrolio e gas che investono quasi 5mila miliardi di dollari in nuovi progetti esplorativi nei prossimi dieci anni.

Uno scenario catastrofico, tenendo conto del fatto che sulla crisi climatica il mondo è già in ritardo. E non può permettersi più alcuno scostamento da quanto indicato (a parole) dalla comunità internazionale. Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, ne è cosciente. E per questo, ha convocato a New York una conferenza straordinaria sul clima, che si sta tenendo in questi giorni.

La ragione è legata soprattutto ai mancati avanzamenti effettuati nel corso delle ultime Cop, le conferenze mondiali sul clima dell’Onu. A Marrakesh, Bonn e Katowice l’attuazione concreta dell’Accordo di Parigi ha segnato il passo. Minata da interessi contrastanti e veti incrociati. I lavori preparatori della Cop 25 di Santiago, poi, si sono conclusi con poche certezze e molti nodi da sciogliere. Un nuovo fallimento sarebbe catastrofico: di qui la scelta di una sorta di “pre-Cop” al Palazzo di vetro.

«È sempre più chiaro – spiegano le Nazioni Unite – che delle soluzioni abbordabili ed evolutive sono disponibili. E permetterebbero una transizione verso sistemi più puliti e resilienti». «A New York – ha aggiunto Guterres – faremo incontrare gli attori della politica e dell’economia. In particolare i gestori di asset che pesano per migliaia di miliardi di dollari. Soltanto con ambizioni estremamente elevate potremo ottenere risultati».

Per questo il summit si concentrerà, ha aggiunto il segretario generale dell’Onu, «sui settori che generano la maggior parte delle emissioni climalteranti. E su quelli nei quali lo sviluppo della resilienza avrà gli impatti maggiori. Daremo ai dirigenti e ai loro partner l’opportunità di fare la loro parte con azioni concrete a favore del clima».

Fin qui la diplomazia. Per i governi, tuttavia, le istruzioni sono chiare. I capi di Stato e di governo che andranno a New York dovranno uscire dal summit con impegni concretiStop ai «bei discorsi». Un tentativo ambizioso, dunque: si trasformerà in un successo? «Non penso che dobbiamo attenderci qualcosa di clamoroso», ha dichiarato al New Scientist l’economista britannico Nicholas Stern. Secondo il quale «non siamo ancora al punto in cui si sperava saremmo stati».

Ciò nonostante, una sessantina di Paesi dovrebbero annunciare nuovi impegni climatici, secondo quanto indicato da Alden Meyer, esperto della Ong americana Union of Concerned Scientists. Ma non si tratterà delle nazioni responsabili della maggior parte delle emissioni climalteranti.

Subito dopo il summit si sta svolgendo anche la 74esima Assemblea generale delle Nazioni Unite. La cui conclusione è prevista per il 30 settembre e nella settimana di lavori il clima sarà uno dei temi principali. La speranza è dunque di far sì che in quella sede possano essere integrati i risultati del Climate Action Summit. In ogni caso, ha aggiunto Meyer, «sarà una maratona, non uno sprint». Che terminerà alla fine del 2020, quando – a cinque anni dalla Cop 21 – i governi saranno chiamati a rivedere ufficialmente i loro obiettivi. Sarà quella la prova decisiva. Sarà lì che si verificherà quanti Paesi si saranno allineati all’Accordo di Parigi. Per ora – secondo l’associazione Climate Action Tracker, su quasi 200 nazioni lo hanno fatto soltanto due: il Marocco e il Gambia. (articolo di Andrea Barolini pubblicato su Valori.it)


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