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Il modello di finanziamento della cooperazione internazionale è coloniale e penalizza le OSC locali

I finanziamenti per la cooperazione internazionale in Africa hanno un approccio “coloniale” che favorisce le organizzazioni del nord del mondo e non valorizza adeguatamente le organizzazioni della società civile locale. È questa la tesi che emerge da un recentissimo rapporto indipendente finanziato dalla Fondazione Vodafone e da altri enti filantropici privati, sostanziata da dati che dimostrano come la maggior parte delle risorse dei donatori transita attraverso organizzazioni non governative intermedie che hanno sede nei paesi del nord. Il rapporto “Barriers to African Civil Society; Building the Sectors Capacity and Potential to Scale-up”, va a toccare un aspetto critico del più ampio dibattito sulle dinamiche di disuguaglianza di potere nel sistema degli aiuti internazionali e della cooperazione, di cui abbiamo più volte parlato su queste pagine.

Per comprendere le barriere che devono affrontare le organizzazioni della società civile africana, i ricercatori della Witts Business School, Centre for African Philanthropy, Judge Business School Cambridge e Clearview Research, hanno condotto un’analisi degli attuali strumenti finanziari e intervistato 56 persone di 37 organizzazioni della società civile in Etiopia, Ghana, Kenya, Nigeria e Sudafrica, inclusi direttori esecutivi, rappresentanti nazionali di ONG internazionali e responsabili di programmi.

Secondo i ricercatori il sistema attuale dei finanziamenti per lo sviluppo è progettato per rendere le istituzioni africane dipendenti dai donatori internazionali e per mantenere indispensabile l’intermediazione delle cosiddette INGOs (ONG internazionali) accusate di “trattenere” una parte dei fondi per la copertura della loro operatività. Ad oggi più del 90% delle OSC africane sarebbe completamente dipendente da fondi internazionali spesso canalizzati dalla INGOs.

Ad esempio, i finanziamenti delle fondazioni americane in Africa sono aumentati del 400% dal 2002 al (da 288 Ml di USD a 1,5 miliardi), ma la maggior parte del denaro è andato a organizzazioni con sede al di fuori dell’Africa per la fornitura diretta di servizi nel continente e per finanziare partner locali più piccoli sul campo. Questo approccio non permetterebbe alle OSC locali di avere risorse necessarie per sostenere il proprio lavoro e crescere nelle capacità organizzative e gestionali. Inoltre le relazioni tra organizzazioni della società civile africane e internazionali sono raramente partenariati per co-creare soluzioni, ma restano piuttosto relazioni appaltatore-subappaltatore in cui le organizzazioni della società civile africane sono incaricate di fornire risultati specifici per i quali ottengono una parte dei fondi.

I donatori preferiscono finanziare le ONG internazionali perché sono professionalizzate, urbane e hanno le competenze, la credibilità e le risorse necessarie per affrontare l’architettura messa in piedi dai donatori stessi. Le ONG internazionali capiscono il “gergo dei donatori” e sono organizzate per sopportare la responsabilità e i requisiti di rendicontazione che sono visti per garantire un buon rapporto qualità-prezzo e l’efficacia del progetto, afferma il rapporto. Al di là della questione economica resta anche un serio problema di ruoli e di rappresentanza nel meccanismo degli aiuti. Secondo i ricercatori le OSC locali non sarebbero adeguatamente coinvolte nell’individuazione delle priorità e delle soluzioni, ciò significa che il loro lavoro sul campo finisce per essere guidato dai donatori, piuttosto che dalla comunità.

Il rapporto raccomanda ai donatori occidentali di cambiare approccio anche se in modo non completamente neutrale. Dalle raccomandazioni infatti emergono palesemente gli interessi della filantropia Africa-based che si sta rafforzando e vuole costruire un suo spazio di azione sempre più rilevante. Ai donatori occidentali si chiede di cambiare i loro processi di concessione dei finanziamenti, le loro linee guida e procedure, standard e sistemi di gestione per creare un ambiente equo per le OSC locali. Un altro consiste nel creare un equilibrio tra i finanziamenti all’organizzazione (core-funding) e ai progetti, in modo tale che le OSC ottengono finanziamenti sufficienti e spazio per sviluppare strategie a lungo termine in modo da poter investire in questioni importanti non direttamente legate ai progetti o per migliorare i propri sistemi di gestione finanziaria. Infine, il rapporto raccomanda ai donatori di compiere sforzi consapevoli per rafforzare le capacità delle organizzazioni della società civile al fine di costruire la sostenibilità delle organizzazioni attraverso fondi e strumenti ad hoc.

Dallo studio emergono però anche i problemi strutturali della società civile locale che in molti casi rende difficile anche ai donatori più innovativi la strada verso un cambiamento di paradigma su partenariato e finanziamenti. Le organizzazioni locali devono investire e assumersi la responsabilità di migliorare la propria governance e leadership e di affrontare le principali sfide che emergono anche dal rapporto:

  • Trasparenza e gestione dei fondi
  • Governance informali e poco democratiche
  • Sistemi di gestione e procedure inadeguate
  • Ritardo tecnologico
  • Adeguamento passivo al modello delle INGOs

È il tempo di mettere la testa seriamente su questi temi e iniziare a costruire i meccanismi necessari per cambiare rotta. Chi lavora nella cooperazione internazionale, soprattutto sul campo, sa che ormai è solo una questione tempo, la messa in discussione dei vecchi e consolidati modelli è irreversibile. Perché allora non dedicare energie e risorse per costruire un modello più integrato a livello locale che parte da una riconfigurazione del pensiero stesso che sta alla base della cooperazione e un conseguente spostamento di potere dal nord al sud?

È un percorso difficile ma necessario che passa attraverso la costruzione di una nuova cultura di fiducia e collaborazione che sia reciprocamente vantaggiosa tra donatori e operatori sul campo, siano essi OSC locali o internazionali.

Scarica il rapporto


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  1. Da che mondo e’ mondo succede questo.
    Io sono la fondatrice di un’ONG tanzaniana e vivo in Tanzania da 23 anni; l’articolo descrive quello che e’ sempre avvenuto. Nulla di nuovo sotto il sole, purtroppo…

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