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La coscienza di sé, il nuovo stile per raccontare il terzo settore

“Mia mamma ancora mi chiede dopo anni: ma che lavoro fai?”: questa confidenza sfuggita a una comunicatrice di una ONG sa condensare con ironia la complessità che accompagna la comunicazione dei soggetti del terzo settore. Che ora avverte la necessità di un racconto nuovo che corrisponda al contesto mutato e al grado di maturità raggiunto.

C’è stato un tempo in cui le nostre organizzazioni erano avvolte da un’aura di santità: a priori quel che facevano era “buono”, punto. Perfino la trasparenza dei bilanci era percepita come optional. Poi siamo precipitati nella stagione dei “taxi del mare”: se confessavi che lavoravi per una ONG, eri associato ai “cattivi” che lucrano sulle sfortune altrui. Allora i comunicatori dovevano addestrarsi a scansare il fango degli haters.

Ed è arrivata la pandemia: il Nord e Sud del mondo si sono mescolati, i vulnerabili siamo diventati noi, in Italia sono intervenuti donatori internazionali che in genere operano in Congo o Sud Sudan. E gli enti del terzo settore sono stati descritti come i “supplenti”, capaci di portare aiuto dove altri, le istituzioni, non sono in grado di arrivare. Ma supplenti non sempre invitati ai tavoli dove si decidono le politiche e si assegnano le risorse. Qui si è accesa la spia: che sia ora di cambiare noi?

Gli ultimi due anni hanno bruciato, con tante altre, alcune certezze su cui si reggeva la comunicazione delle nostre organizzazioni: ci bastano ancora le “storie” commoventi a convincere del ruolo che svolgiamo nelle nostre società complesse? Ci basta pubblicare dati e statistiche, che ci tempestano ogni giorno in formati e quantità straordinarie? Ci bastano piani di visibilità strategici, articolati in eventi/campagne social/uscite stampa?

Accanto a tutti questi consolidati attrezzi del mestiere – tutti ancora indispensabili – penso ci sia in gioco una questione più profonda, una precondizione: dovremmo deciderci a tradurre in pratica una maggiore coscienza del ruolo che già stiamo giocando, passare da mendicanti di riconoscimenti (ne abbiamo ancora bisogno?), da debitori di certificazioni di qualità (eredità del fango ricevuto) a protagonisti-di-fatto.

Questa coscienza mette in moto uno stile di lavoro che ha già in sé la novità: la comunicazione del terzo settore si attiva quando si individua un bisogno e si comincia a disegnare un progetto che gli risponda; quando si cerca di avviare una co-programmazione e una co-progettazione che coinvolgano alla pari realtà diverse, ciascuna secondo le sue competenze.

Il nostro nuovo racconto comincia quando si studia come favorire la partecipazione dei beneficiari, perché diventino soggetti e non destinatari passivi del progetto; quando si impiegano risorse che altri non sanno spendere bene e per tempo, e le si rendiconta; quando si monitorano gli interventi, si garantisce l’accountability, si valuta l’impatto nel tempo. La nuova modalità di comunicar-ci sta già nelle pieghe del nostro operare, dovremmo “solo” lasciarla emergere.

Articolo di Maria Laura Conte – (Direttrice della comunicazione, Fondazione AVSI. Pubblicato su Buone Notizie – Corriere della Sera, 25 gennaio 2022)


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