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Conferenza Italia – Africa, a Palazzo Madama la società civile resta fuori dalla porta

Per la prima volta la Conferenza Italia – Africa si è tenuta in una sede istituzionale come quella del Senato della Repubblica, in occasione del lancio del Piano Mattei il governo ha voluto dare un segnale di centralità al rapporto tra l’Italia e il continente africano portando a Palazzo Madama 57 delegazioni guidate da 15 capi di Stato, 8 capi di governo, 11 ministri degli Esteri. Dopo la cena di gala per 68 ospiti che si è tenuta ieri sera al Quirinale, si è aperto stamattina il vertice presieduto da Giorgia Meloni con una sessione introduttiva, al pomeriggio seguono le sessioni tematiche con gli interventi dei principali ministri del governo italiano.

Sugli oltre quattrocento scanni di Palazzo Madama siedono gli ospiti africani, i rappresentanti delle principali delle organizzazioni internazionali, delle istituzioni finanziarie, dirigenti di aziende (Eni, Enel, Webuild, Acea, Snam, ecc), rappresentanti di categoria, ministri, sottosegretari e portaborse. Non manca qualche sedia vuota sugli spalti dell’aula, posti vuoti che però non hanno consentito al governo di invitare neanche un rappresentante della società civile nonostante nei discorsi introduttivi si faccia più volte riferimento all’importanza della cooperazione allo sviluppo e alla rilevanza dell’esperienza italiana in questo ambito della politica estera. Il Ministro degli Esteri Tajani più volte ha fatto suo uno degli slogan di parte della società civile che lavora con il continente “il piano Mattei sarà un piano “per e con l’Africa” – ripete Tajani (cfr. Medici con l’Africa, Amref, ecc).

Un mancano invito che però non è casuale, non certo motivato dalla mancanza di spazio o dal livello istituzionale dell’evento che ha consentito comunque di inviare rappresentanti del settore privato italiano. Nelle ultime settimane le rappresentanze italiane della società civile avevano più volte richiesto in maniera ufficiale di poter prendere parte alla conferenza.

Nella retorica che emerge dal discorso introduttivo di Giorgia Meloni appare chiaro che l’Italia vuole smarcarsi dal passato e cucirsi addosso una nuova veste. In più passaggi la premier chiarisce che “non è di carità che ha bisogno l’Africa” e che bisogna “smontare una narrazione distorta che vede l’Africa povera e bisognosa”. Un discorso semplice ma incisivo quello della premier che ribadisce concetti già sentiti nelle diverse missioni all’estero degli ultimi mesi descrivendo questa nuova veste innovativa della politica italiana verso il continente: niente iniziative calate dall’alto come in passato, una piattaforma aperta alla collaborazione, poche priorità, no a una miriade di piccoli interventi che non danno risultati.

Nonostante questo sforzo paritario e decolonizzato non mancano nel discorso di Meloni lapsus e riferimenti al passato, ricorre la parola “aiutare”, si parla più volte di portare in Africa competenze, know-how ed eccellenze. Dai progetti già operativi citati dalla premier non emergono dinamiche di scambio e condivisione, nella quasi totalità dei casi sembrerebbe che sia l’Italia a portare il proprio sapere nel continente. L’unica cosa che sembra debba tornare indietro in cambio è l’energia, le risorse e meno giovani migranti.

Poche le novità sul Piano vero e proprio che a detta di Meloni dovrebbe «contare su 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie: circa 3 miliardi dal fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi e mezzo dal fondo per la Cooperazione allo sviluppo». È allo studio inoltre un nuovo strumento con CDP per sviluppare gli investimenti negli ambiti individuati dall’Italia: istruzione e formazione, salute, agricoltura, acqua ed energia.

A differenza di diversi rappresentanti delle istituzioni, dal presidente Mattarella al ministro Tajani e ultimamente al vice ministro Cirielli, che più volte hanno tessuto le lodi delle OSC e della loro capacità di creare sviluppo e relazioni di solidarietà con il continente africano, la premier sembra volersi smarcare proprio dalla società civile negando una loro partecipazione alla Conferenza e evitando di citarle nel suo discorso introduttivo.

Anche qui però non c’è niente di casuale. Per la premier sembra non esistano le centinaia di organizzazioni che da diversi decenni hanno costruito un lavoro di grande valore materiale e immateriale per il nostro paese, quelle organizzazioni che le nostre stesse istituzioni chiamano a operare al momento del bisogno e che rappresentano oggi la principale presenza italiana in Africa. I dati recenti raccolti dalle OSC parlano di oltre 238 milioni di persone in 119 paesi del mondo, 4500 progetti all’anno che mobilitano 1,3 miliardi di euro e quasi 28.000 operatori tra Italia ed estero. Non più carità (ormai da anni!) ma competenze, scambio di conoscenze, capacity building e formazione su educazione, salute, agricoltura, energia e acqua. Insomma, niente di diverso da quanto evocato oggi dalla premier.

Ma allora dove sta il problema? Le ipotesi sono tre:

La premier non conosce da vicino il lavoro della società civile italiana impegnata nella cooperazione o probabilmente ne ha un’immagine antiquata. Ultimamente lo stesso Vice Ministro Cirielli ha voluto riconoscere pubblicamente che avendo avuto l’occasione di vedere più da vicino il lavoro delle OSC si è dovuto ricredere e ha espresso profondo apprezzamento e incoraggiamento al settore. Segno che anche la politica sembra essersi fermata a una sorta di “narrazione distorta” delle OSC e dei loro interventi di cooperazione frutto magari di qualche pubblicità di troppo su Youtube o di qualche straziante letterina di raccolta fondi ricevuta nella cassetta della posta. Inutile dire che su questo l’autocritica la deve fare proprio la società civile.

La premier vede le OSC (note meglio come ONG) come un potenziale ostacolo o un grattacapo da evitare. Sa molto bene che investire in Africa vuol dire confrontarsi con personaggi non sempre raccomandabili (oggi a Roma ci sono Saied e Afewerki, tanto per fare qualche esempio) e che non si può perdere tempo dietro a questioni legate a diritti umani violati, devastazioni ambientali e quant’altro. Questioni su cui la società civile, non solo italiana, tiene gli occhi sempre aperti. Ma anche questa seconda ipotesi però sembra un po’ ingenua e semplicistica. Non è certo non coinvolgendo la società civile nel Piano Mattei che il governo italiano può pensare di agire indisturbato. Anzi, potrebbe ottenere l’effetto contrario e aizzare quel “cane da guardia” (watchdog) che sta (o dovrebbe stare) nella mission della società civile.

La terza ipotesi è in realtà lo stato di fatto di questo momento storico: fare buon viso a cattivo gioco. La società civile viene tenuta a debita distanza dalle dinamiche strategiche e dalla stanza dei bottoni. Si destinano alle OCS un certo quantitativo di risorse finanziarie annue per farle continuare a fare il loro mestiere e farle correre nella ruota del criceto. Quando sarà utile e conveniente ci si potrà sempre vantare di quanto sono efficaci e solidali le organizzazioni della società civile italiane. In altre occasioni invece, come nel caso della Conferenza Italia – Africa, meglio non nominare neanche la parola.


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