Veto su tutti: gli USA tengono in ostaggio la successione all'ONU
Con la scadenza del mandato di Guterres a fine anno, Washington vuole cambiare le regole del gioco sulla scelta del prossimo Segretario Generale. L’amministrazione Trump ha infatti comunicato di opporsi a tutti gli attuali candidati in corsa. La notizia, riportata da fonti di prima mano sia all’interno dell’amministrazione sia al Dipartimento di Stato, apre uno scenario di stallo potenzialmente molto pericoloso per il multilateralismo. E arriva in un momento in cui le Nazioni Unite stanno già affrontando una crisi istituzionale senza precedenti, aggravata dai tagli americani che hanno prodotto un deficit di 4 miliardi di dollari e l’eliminazione di migliaia di posti di lavoro nel segretariato.
I sette candidati e la favorita che Washington non vuole
La rosa ufficiale dei candidati al successore di Guterres conta attualmente sette nomi, per lo più diplomatici di carriera provenienti da diverse regioni del mondo. In cima a tutti i sondaggi informali condotti dal Consiglio di Sicurezza — compreso l’ultimo di mercoledì scorso — c’è Rebeca Grynspan, costaricana, ex vicepresidente del Costa Rica e attuale capo della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD). Grynspan ha ottenuto il maggior numero di voti in quasi tutti e cinque i sondaggi informali finora tenutisi: un risultato che in circostanze normali la proietterebbe verso la nomina. Ma le circostanze non sono normali.
Secondo un collaboratore di un membro repubblicano del Congresso, Grynspan è considerata “troppo critica nei confronti di Israele e troppo indulgente con la Cina”. Il messaggio è netto: “Se verrà eletto un candidato a noi sgradito, noi taglieremo ulteriormente i finanziamenti all’ONU. A tutti i candidati manca la figura dei riformatori che gli Stati Uniti desidererebbero. E alcuni sembrano addirittura più propensi a mantenere lo status quo.”
In sintesi, i diplomatici di professione, con decenni di esperienza nel sistema multilaterale, non sono quello che vuole Trump. Servono — nelle intenzioni della Casa Bianca — degli “outsider” capaci di scuotere un’organizzazione che Washington considera incapace di riformarsi dall’interno.
I nuovi nomi che circolano
Se nessuno dei sette candidati in lista è gradito a Washington, chi potrebbe esserlo? Due nomi emergono dalle conversazioni riportate. Il primo è Gianni Infantino, presidente della FIFA. All’inizio dell’anno Trump lo aveva indicato come potenziale candidato, ma senza mai formalizzarne il nome. Infantino, attualmente impegnato nella sua corsa alla rielezione alla presidenza del calcio mondiale, non ha né confermato né smentito. Il funzionario del Dipartimento di Stato interpellato non ha escluso la sua candidatura, definendola una possibile “buona opzione”.
Il secondo nome che circola è quello di Nickolay Mladenov, diplomatico bulgaro attualmente a capo del Board of Peace — organismo creato proprio dall’amministrazione Trump per gestire il futuro della Striscia di Gaza. La sua connessione diretta con l’agenda americana lo rende, almeno sulla carta, un candidato potenzialmente gradito. Né Infantino né Mladenov hanno risposto alle richieste di commento.
Altri nomi che potrebbero aggiungersi all’ultimo minuto includono Lana Nusseibeh, ex ambasciatrice degli Emirati Arabi Uniti all’ONU e attuale viceministra degli esteri, e l’ex ministro degli esteri turco Feridun Sinirlioglu, che starebbe valutando una candidatura.
Il voto del 16 ottobre
Il potere degli Stati Uniti — come degli altri quattro membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (Russia, Cina, Francia e Regno Unito) — è quello di porre il veto su qualsiasi candidato. È un diritto che nella storia dell’ONU è stato esercitato con grande discrezione sulla scelta del Segretario Generale, attraverso accordi informali raggiunti nei corridoi della diplomazia. Usarlo in modo così esplicito, e su tutta la rosa dei candidati, è qualcosa di radicalmente insolito.
Il 16 ottobre è prevista la prossima votazione del Consiglio di Sicurezza. In quell’occasione, i cinque membri permanenti potranno utilizzare schede colorate per indicare se “incoraggiano” o “scoraggiano” la candidatura di ciascun aspirante. Si tratta di un meccanismo informale ma potente: storicamente, un candidato che riceve uno o più voti contrari da un membro permanente tende a ritirarsi.
C’è un altro elemento di tensione che merita attenzione. Secondo una tradizione informale consolidata nel tempo, la carica di Segretario Generale ruota tra le grandi regioni del mondo. Secondo questa prassi, toccherebbe ora all’America Latina — ed è in questo quadro che la candidatura di Grynspan, costaricana, aveva trovato forte sostegno internazionale. In parallelo, da più parti si chiedeva che la scelta cadesse finalmente su una donna: l’ONU non ha mai avuto una leader femminile nei suoi 81 anni di storia.
Washington ha fatto sapere in modo esplicito che nessuna di queste considerazioni è vincolante per gli Stati Uniti: “Gli Stati Uniti sosterranno il candidato più qualificato, indipendentemente dal sesso o dall’origine geografica.”
Lo scenario peggiore: il vuoto al vertice
John Bolton, ex ambasciatore americano all’ONU e ora critico dell’amministrazione Trump, ha sollevato uno scenario inquietante: e se all’amministrazione andasse bene lasciare vacante il vertice dell’ONU? "Beh, agli Stati Uniti va benissimo così’”, ha detto Bolton. “Non nominate nessuno per quel ruolo. Perché senza un vero Segretario Generale, le Nazioni Unite non hanno un leader che qualcuno possa rispettare a livello di capo di Stato, e questo causerebbe un ulteriore deterioramento della posizione delle Nazioni Unite. Se entro il 31 dicembre non sarà nominato un successore, il mandato di Guterres potrebbe essere prorogato.
Ma Washington non vuole distruggere l’ONU — almeno non direttamente — vuole controllarla. O almeno impedire che diventi un contrappeso alla politica estera americana. Trump ha capito che la figura del Segretario Generale delle Nazioni Unite è effettivamente importante, quindi desidera una persona che considera più in linea con la propria visione del mondo e i propri interessi.
La scadenza del 16 ottobre e il voto del Consiglio di Sicurezza diranno se il blocco americano terrà o se emergerà una candidatura capace di sbloccare l’impasse. Fino ad allora, il futuro dell’ONU resta appeso a un filo.