Riforma del Servizio Civile universale: Cosa cambia e cosa manca
Lo scorso 27 ottobre il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge sulle politiche giovanili e il servizio civile universale che introduce deleghe al Governo per riordinare il quadro normativo, semplificare le procedure e certificare le competenze dei volontari. Ma il settore è diviso: se da un lato si riconosce un passo avanti atteso da anni, dall’altro si denuncia un’occasione in parte mancata, soprattutto sul fronte delle risorse e della partecipazione giovanile.
Cosa prevede la legge
Il testo, composto da sei articoli, non interviene direttamente sulla disciplina del servizio civile ma delega il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi entro sei mesi dall’entrata in vigore. Gli obiettivi principali sono la redazione di un testo unico che riordini la normativa oggi frammentata, la semplificazione delle procedure di accreditamento degli enti e di presentazione dei progetti, una distinzione più netta tra le responsabilità degli enti titolari e di quelli di accoglienza, e l’introduzione della certificazione delle competenze acquisite dai volontari all’interno del sistema nazionale di validazione. Viene anche prevista la revisione delle cause di esclusione dal servizio, incluse quelle legate a condanne penali.
Sul versante delle politiche giovanili, la legge prevede una strategia nazionale di almeno cinque anni, l’istituzione di un Osservatorio permanente, la figura dello youth worker come animatore socio-educativo e le cosiddette Comunità Giovanili, strutture promosse dagli enti locali in collaborazione con soggetti del Terzo settore. Viene inoltre potenziata la Carta Giovani Nazionale, estesa ai cittadini stranieri regolarmente residenti nella fascia 18-35 anni.
Il problema del finanziamento
Il punto più critico, su cui convergono le voci più autorevoli del settore, è la clausola di invarianza finanziaria. La legge non stanzia nuove risorse. Questo significa che nessuno degli obiettivi di riforma potrà tradursi in un ampliamento reale delle opportunità di servizio civile. I numeri parlano da soli: nel 2026 sono arrivate circa 147.000 candidature a fronte di meno di 65.000 posti disponibili. Il compenso mensile resta fermo a 519 euro, invariato rispetto agli anni precedenti, in un contesto in cui il costo della vita è cresciuto sensibilmente. La Cnesc, coordinamento nazionale degli enti di servizio civile, riconosce che la legge consolida un tetto di circa 60.000 posizioni all’anno, ma sottolinea che senza un tetto minimo garantito per legge e senza nuovi fondi l’obiettivo dell’universalità resta sulla carta.
La voce dei giovani: presente ma non protagonista
Uno degli elementi che più preoccupa è la scarsa partecipazione diretta dei giovani nella fase di costruzione della riforma. I rappresentanti nazionali degli operatori volontari in servizio civile, riconoscono i progressi normativi, in particolare sulla certificazione delle competenze, utile per l’occupabilità. Ma sottolineano una contraddizione: una legge che si propone di valorizzare i giovani è stata costruita senza di loro, nessuno dei membri attuali degli organi previsti dalla legge ha meno di 30 anni.
I prossimi passi
Ora che la legge è approvata, l’attenzione si sposta sui decreti attuativi. Il Governo ha sei mesi dall’entrata in vigore (che scatterà con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, ancora attesa) per adottare i decreti legislativi. Le commissioni parlamentari avranno 30 giorni per esprimersi sugli schemi. Eventuali correttivi potranno essere introdotti entro i 12 mesi successivi. È in questa fase che il Terzo settore, le reti di enti e i rappresentanti dei volontari chiedono di essere coinvolti in modo strutturato, e non solo come destinatari delle norme.
La riforma del servizio civile universale esiste, e contiene elementi positivi. Ma il cambiamento reale dipende da ciò che verrà scritto nei decreti attuativi e, soprattutto, dalle risorse che il prossimo ciclo di bilancio vorrà destinargli.