Tagliare gli aiuti e pagare per i deportati: nuovi orizzonti di cooperazione con l’Africa
Un nuovo modello di gestione dei flussi migratori si sta consolidando su scala globale: i paesi ricchi pagano i paesi africani per accogliere sul proprio territorio persone che non hanno nulla a che fare con quei paesi. Non si tratta di rimpatri nel senso tradizionale del termine, ma di qualcosa di diverso e più inquietante: la deportazione verso paesi terzi, cioè l’esternalizzazione della detenzione verso stati disposti ad accettarla in cambio di denaro e benefici diplomatici.
Il caso Eswatini: 5,1 milioni di dollari per accogliere i deportati americani
La piccola monarchia assoluta dell’Africa australe, con circa 1,2 milioni di abitanti e uno dei tassi di povertà più alti del continente, è diventata uno dei principali partner degli Stati Uniti nel programma di deportazioni verso paesi terzi dell’amministrazione Trump. L’accordo è semplice: Eswatini accetta sul proprio territorio cittadini di altri paesi, detenuti negli USA in attesa di espulsione, che non possono o non vogliono essere rimandati nel loro paese d’origine. In cambio ha ricevuto 5,1 milioni di dollari.
Dal marzo 2026 i trasferimenti si sono susseguiti in più fasi. A luglio sono arrivate 11 persone in una sola volta, nell’ambito di quella che i media locali hanno già ribattezzato la “quarta fase” dell’accordo. Tra i deportati ci sono stati rifugiati cambogiani, persone di origini asiatiche e latinoamericane, nessuna con alcun legame con l’Eswatini. Due avvocati locali stanno contestando la legalità dell’accordo nei tribunali del paese, mentre a luglio si sono tenute le prime proteste davanti al carcere in cui i deportati vengono trattenuti, rare ma significative in un paese che non tollera il dissenso.
Il Rwanda: dall'accordo britannico a quello americano
La storia del Rwanda in questo campo è particolarmente istruttiva. Nel 2022 il governo conservatore britannico aveva firmato un accordo con Kigali per trasferirvi i richiedenti asilo arrivati nel Regno Unito: le domande sarebbero state esaminate in Rwanda e, in caso di esito positivo, le persone vi sarebbero rimaste. L’accordo è costato al contribuente britannico circa 900 milioni di dollari, di cui circa 300 già versati al Rwanda. Ma nel 2023 la Corte Suprema britannica lo ha giudicato illegittimo, perché il Rwanda non poteva essere considerato un paese terzo sicuro. Con l’arrivo del governo laburista nel 2024 l’accordo è stato definitivamente abbandonato. Il Rwanda ha tenuto i soldi.
Nel 2025 il Rwanda ha stretto un nuovo accordo, questa volta con gli Stati Uniti. Fino a 250 deportati americani di paesi terzi potranno essere trasferiti a Kigali, con formazione professionale, assistenza sanitaria e alloggio. Secondo un analista locale citato dalla stampa internazionale, la logica è semplice: “accontentare Trump conviene”. L’accordo rafforza la posizione del Rwanda nelle relazioni con Washington, in un momento in cui il presidente Paul Kagame, al potere da 25 anni, ha bisogno di alleati internazionali.
La Repubblica Democratica del Congo: un paese in guerra che accoglie deportati
Ad aprile 2026 anche la Repubblica Democratica del Congo ha firmato un accordo con gli USA per ricevere deportati di paesi terzi. Il paradosso è stridente: la RDC si trova in uno stato di conflitto armato aperto nella sua parte orientale, con milioni di sfollati interni e una crisi umanitaria gravissima. Ciononostante, ha accettato di diventare punto di destinazione per persone che gli USA non riescono a rimandare nei loro paesi di origine. Le motivazioni sono le stesse degli altri casi: la pressione diplomatica di Washington e la prospettiva di risorse finanziarie in un momento di estrema difficoltà economica.
Il paradosso del “lavaggio della reputazione” calcistico
C’è un filo che lega tutti questi accordi e che raramente viene messo in luce: gli stessi paesi che accettano denaro per ospitare deportati senza alcun legame con il loro territorio spendono decine di milioni in sponsorizzazioni calcistiche europee per costruirsi un’immagine di destinazioni turistiche e partner affidabili.
Il Rwanda è il caso più emblematico. Per otto anni ha pagato circa 10 milioni di sterline all’anno per far comparire il logo “Visit Rwanda” sulla manica della maglia dell’Arsenal. Quando quell’accordo è scaduto a giugno 2026, ne ha subito firmato uno nuovo con l’Aston Villa, ancora più costoso: 20 milioni di sterline all’anno per il posto da sponsor principale sulla maglia. L’accordo è già stato criticato apertamente come sportswashing da organizzazioni per i diritti umani, che ricordano come il Rwanda del presidente Kagame reprima sistematicamente il dissenso interno.
La RDC ha seguito la stessa logica, con una variante italiana. Prima ha stretto un accordo di sponsorizzazione con l’AC Milan per comparire come retrosponsor sulla maglia dei rossoneri, pagamento da effettuare in un’unica soluzione anticipata. Accordo poi naufragato per mancato pagamento: il Milan ha rescisso il contratto a gennaio 2025 e avviato un arbitrato per recuperare i danni. I due hanno poi trovato una nuova intesa a maggio 2025, con un contratto triennale ridimensionato: il logo della RDC compare ora sulle giacche dei giocatori in panchina. Nel frattempo, nel luglio 2025, mentre la parte orientale del paese era devastata dal conflitto, il governo congolese ha firmato con il Barcellona un accordo di sponsorizzazione da 44 milioni di euro, giustificato formalmente come promozione del turismo.
L’Italia ci prova in Albania
Il modello europeo di esternalizzazione della detenzione ha caratteristiche diverse, ma appartiene allo stesso paradigma. L’Italia ha costruito due centri in Albania, a Gjadër e Shengjin, operativi dall’ottobre 2024, con una capienza complessiva di oltre mille posti. L’accordo è stato firmato nel 2023 dal governo Meloni con il premier albanese Edi Rama, che ancora questa settimana ha confermato la sua disponibilità a prolungarlo a tempo indeterminato, “finché sarà necessario”. I risultati sono modesti in rapporto ai costi. A giugno 2026 il centro di Gjadër ospitava circa 70 persone, tutte nella sezione CPR, dopo mesi in cui i centri erano sostanzialmente vuoti. Nei primi due mesi di utilizzo come CPR ordinario sono stati registrati 54 “eventi critici”, per lo più autolesionismo, tentativi di suicidio e proteste. In prespettiva, se l’Albania dovesse entrare nell’UE prima del 2030, come punta a fare, i centri si troverebbero dentro il territorio europeo, creando una nuova contraddizione giuridica e politica che nessuno sembra ancora voler affrontare.
Un modello che si diffonde
Quello che è nato come una sperimentazione italiana sta diventando un riferimento per tutta l’Unione Europea. Il regolamento rimpatri approvato dal Consiglio UE a giugno 2026 consente esplicitamente agli stati membri di creare centri di detenzione per rimpatri fuori dal territorio europeo in paesi terzi. Danimarca, Austria, Germania, Paesi Bassi e Grecia stanno negoziando accordi analoghi, con Uganda e Rwanda tra i paesi terzi più probabili come destinazione, puntando a essere operativi entro il 2027.
È una ridefinizione radicale di cosa significa “cooperazione internazionale”: non più investimento in sviluppo, sanità, istruzione e costruzione istituzionale, ma acquisto di servizi di detenzione in outsourcing. Il denaro c’è, ma cambia destinazione: da strumento di riduzione delle cause profonde delle migrazioni a strumento per gestirne le conseguenze il più lontano possibile dagli occhi dei cittadini americani ed europei.