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Riforma della 49, spuntano le cifre ed è subito polemica

Sembra un film già visto quello a cui stiamo assistendo in questi giorni sulle sorti della riforma della legge 49/87. Chiunque ci abbia provato negli ultimi 15 anni ha dovuto inchinarsi al potere della diplomazia che è la prima responsabile fino ad oggi del naufragio di tutti i tentativi messi in campo. L’ultimo in ordine di tempo è quello del vice ministro Pistelli del quale vi abbiamo più volte parlato in questo blog. La bozza del testo governativo è circolata nelle ultime settimane e ve ne abbiamo dato conto in questo post.

A rompere il silenzio e l’attesa è l’articolo apparso la scorsa settimana sul Fatto Quotidiano che presenta in anteprima le cifre contenute negli allegati tecnici e finanziari del testo di legge. Thomas Mackinson snocciola i numeri che sarebbero legati alla creazione “dell’Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo” (Aics) […] costerà 26,6 milioni di euro l’anno tra spese di funzionamento e del personale, 450 dipendenti dislocati a Roma e all’estero. […] Di fatto, aumenta il peso dei costi di gestione (+14,1 milioni) sul totale delle risorse che l’Italia destina alla cooperazione.
Una doccia fredda per chi nel settore aveva ipotizzato un’agenzia snella di carattere tecnico e decentrata rispetto alla DGCS. A questo proposito il Sindaco Giuliano Pisapia aveva offerto la disponibilità di Milano ad ospitare l’Agenzia. Si parla invece di una costola della DGCS, “la nuova sede – che la relazione tecnica allegata ipotizza di ricavare nelle palazzine ex Civis, a due passi dal ministero e su una superficie di 5.200 metri quadri – costerà in lavori di ristrutturazione e adattamento oltre 7 milioni di euro”. “La componente diplomatica resta in piedi e continuerà a dettar legge nella cooperazione, impegnando risorse per 10,8 milioni in spese di personale e altri 1,2 milioni per spese di funzionamento. In altre parole la riforma non crea un soggetto nuovo al posto del vecchio, li mantiene entrambi affiancati, duplicando le direzioni generali, le segreterie, perfino gli autisti (non potevano mancarne quattro alla nascente Agenzia)”.
“Le unità tecniche locali destinate alle sedi distaccate sono ridotte da 27 a 24 mentre il personale a contratto locale conterà su 168 unità. Ovvero 192 persone all’estero contro 257 dislocate a Roma. Nella nuova agenzia che si occuperà di sviluppo si conteranno, alla fine, solo 56 tecnici e ben 201 figure giuridico amministrative. Che vanno ad aggiungersi al personale della Direzione Generale per la cooperazione del Ministero che continua a esistere con 118 dipendenti che costano 10,8 milioni l’anno, portando così il conto finale della “macchina della cooperazione” alla cifra record 38,9 milioni di euro”.

L’articolo sottolinea polemicamente anche la scelta d’impostazione della bozza Pistelli nella quale tramonta l’idea di un dicastero ad hoc per la cooperazione a favore di un Ministero degli Esteri rinominato Ministero degli Esteri e della Cooperazione (MAECI).

L’articolo del Fatto ha creato un certo scompiglio alla Farnesina dove sono state elaborate le cifre e l’architettura della nuova agenzia oltre che tra i collaboratori del vice Ministro e presso i deputati del PD. Non a caso Pistelli si affretta a rispondere con una breve intervista pubblicata su Vita assicurando che le cifre pubblicate non siano veritiere “Una fetenzia. Giornalismo vecchio, che scava nel torbido e prende pure abbagli. Che vuole che le dica? In quell’articolo non c’è niente di vero”.
Il vice Ministro si sfoga anche sull’Agenzia e i suoi presunti costi: “Il Fatto sottolinea con rammarico che tramonta definitivamente l’idea di un ministero ad hoc che si occupi di cooperazione, e poi si indigna perché costituire l’Agenzia necessita di un investimento. E ci credo, ma secondo loro istituire un ministero ex novo costava di meno? Ma per favore”.
Anche la scelta di tenere la cooperazione sotto gli Esteri viene rivendicata da Pistelli che risponde alle domande di Nigrizia: “Rivendico la scelta che non ci sia un ministro ad hoc. È stato il punto di maggior dissidio che ho avuto con l’ex ministro alla cooperazione, Andrea Riccardi. Al quale, peraltro, riconosco due meriti: l’inversione di tendenza sulle risorse. E il metodo di grande partecipazione avviato con il Forum di Milano e proseguito con un dialogo molto strutturato con le ong. Perchè tra un ministro senza ministero e un mezzo ministro con un ministero dietro, io preferisco la seconda ipotesi. Ho bisogno di una rete su cui fare perno, al punto tale che grazie a questo elemento di forza posso presentarmi nelle stanze del ministero dell’economia e delle finanze e pretendere di decidere insieme come partecipare ai fondi globali e alle grandi agenzie multilaterali, cui va l’80% delle risorse legate all’aiuto pubblico allo sviluppo”.

Se il percorso verso l’approvazione del disegno di legge al Consiglio dei Ministri si presentava già irto ora è diventato un campo minato. Alla prossima puntata.

 

 


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  1. Buongiorno,
    capisco l’importanza di dare evidenza delle discussioni in merito alla riforma della legge 49, ma, francamente, l’articolo di Mackinson (come altri dello stesso giornalista in tema di cooperazione allo sviluppo) non sembra avere basi concrete, ma solo tentare di aizzare il “popolo dei forum” per ottenere un facile consenso.

  2. Pur malvolentieri mi preme insistere sulla bozza di disegno di legge del governo sulla cooperazione allo sviluppo in circolazione da settimane ma su cui è calato un inquietante silenzio delle Ong e dell’associazionismo.
    Forse i forum di discussione sono altrove (dove?), ma avrei immaginato reazioni un poco piu’ scoppiettanti dopo il grande Forum di Milano, nella cui preparazione si accesero discussioni sulla singola parola.
    Posto qui un commento non mio , ma di Giulio Marcon, non perché condivida il segno del suo partito (SEL), ma in quanto parlamentare decisamente impegnato da sempre sui temi della pace e cooperazione (vedi proposta di legge” Riorganizzazione della cooperazione allo sviluppo e delle politiche di solidarietà internazionale”).
    Con la speranza di stimolare riflessioni e confronti su un passaggio troppo importante della cooperazione, che condizionerà i prossimi decenni, per poter essere vissuto così in silenzio.

    <<La vecchia legge 49 del 1987- è ormai superata dagli eventi e, purtroppo, ha avuto una gestione fallimentare. Inoltre negli ultimi anni i fondi per la cooperazione sono drammaticamente diminuiti, ridotti al lumicino.
    La proposta del governo -accanto ad alcune novità riguardo ai principi e ai soggetti dell’Aiuto Pubblico allo Sviluppo- contiene molte disposizioni sbagliate: fa della cooperazione uno strumento subalterno e residuale della politica estera, apre varchi molto ampi al settore profit e alle imprese, non istituisce il fondo unico della cooperazione (accontentando il Ministero dell’Economia, che così potrà gestire una parte degli stanziamenti) che sarebbe stato fondamentale per dare coerenza e unitarietà alla cooperazione e non riconosce l’importanza dell’apporto del volontariato, come denunciato dalla Focsiv, la federazione delle ONG di ispirazione cristiana.
    Il rischio è che la cooperazione allo sviluppo rimanga prigioniera dell’apparato diplomatico del Ministero degli Esteri e apra la strada al mercato e al cosiddetto partenariato pubblico-privato; e cioè alle imprese. È una legge che rischia di scontentare gran parte le mondo della cooperazione non governativa e della società civile e di annegare alcune innovazioni del testo nella palude della casta del corpo diplomatico della Farnesina, nella tecnocrazia del Ministero dell’Economia e nei bassi interessi di una parte del mondo delle imprese.
    Non è questa la legge che si aspetta chi in questi anni si è impegnato per la solidarietà e la cooperazione tra i popoli. Di altro ci sarebbe bisogno. Sarebbe necessario liberare la cooperazione dalla subalternità alla politica estera, al commercio con l’estero, all’interventismo militare. Invece, si fa della cooperazione l’ancella dei diplomatici, lo strumento dell’internazionalizzazione delle imprese, l’ambulanza degli interventi militari. Come in Afghanistan.
    Servirebbe una politica pubblica di cooperazione capace di valorizzare il ruolo della società civile del Sud del mondo, di mettere al centro il tema della giustizia economica e sociale, di puntare alla coerenza delle altre politiche (commerciali, finanziarie, ecc) con la filosofia e gli obiettivi di un’ autentica cooperazione allo sviluppo. Di tutto questo nella proposta di legge del governo c’è molto poco

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