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Come gli USA "bilateralizzano" la cooperazione multilaterale

Nel 2025 gli Stati Uniti hanno ridotto il proprio aiuto allo sviluppo del 57%. Una parte consistente di quel taglio ha colpito i canali multilaterali: i contributi orinari agli organismi internazionali sono scesi del 51%, da 6,6 a 3,3 miliardi di dollari, e il sostegno istituzionale al sistema delle Nazioni Unite si è ridotto dell’87%. Un’analisi recentemente pubblicata dalla Brookings Institution ricostruisce la portata di questa ritirata, ne misura i costi sistemici e avanza alcune proposte per riorientare la politica di aiuto in modo più efficiente.

Una presenza dominante che si è contratta

Nel triennio 2022-2024 gli USA hanno coperto circa il 58% di tutti i finanziamenti umanitari canalizzati attraverso i paesi DAC-OCSE verso organismi come WFP, UNHCR e OCHA. Per alcune organizzazioni la dipendenza è ancora più acuta: l’IOM riceveva il 62% dei propri fondi DAC dagli USA, l’UNHCR il 56%, il WFP il 52%. Questo significa che i tagli americani non si limitano a ridurre la quota statunitense, ma destabilizzano l’intero sistema. Nel 2025 la riduzione dei contributi ordinari USA (3,4 miliardi di dollari) ha coinciso quasi esattamente con la contrazione complessiva dei finanziamenti di tutti i paesi DAC insieme (3,5 miliardi). In altre parole, il resto del mondo donatore non ha mosso un euro per compensare.

Uscite, ritiri e tagli selettivi

Oltre ai tagli ai contributi, l’amministrazione americana ha avviato una serie di uscite formali da organismi internazionali. All’uscita dall’OMS, già avvenuta, si sono aggiunti a gennaio 2026 i ritiri da altri 66 organismi, tra cui UNFCCC, UN Women, UN-Habitat, IPCC e IRENA. I fondi all’UNFPA e all’UNRWA sono stati revocati. Il sostegno al bilancio ucraino tramite il programma PEACE della Banca Mondiale, che valeva 10,8 miliardi nel 2023, è stato azzerato.

Alcune linee di finanziamento sono state mantenute, anche se ridotte. Al Fondo Globale per HIV, tubercolosi e malaria vanno 4,6 miliardi (contro i 6 precedenti), all’IDA21 (il fondo della Banca Mondiale per i paesi più poveri) 3,2 miliardi in tre anni contro i 4 promessi dall’amministrazione precedente, e a OCHA circa 3,8 miliardi distribuiti in due tranche nel 2025 e 2026. Si tratta di segnali di selettività, non di abbandono totale, ma il saldo complessivo è fortemente negativo.

Il problema dei fondi vincolati

L’analisi di Brookings non si limita ai tagli. Punta anche un riflettore critico su una distorsione strutturale del sistema americano di aiuto multilaterale: l’uso massiccio di fondi vincolati, cioè contributi destinati a specifici progetti o paesi anziché ai programmi core delle organizzazioni. L’83% dei contributi USA alle agenzie ONU è vincolato. Questo crea inefficienze significative: i progetti finanziati in modo vincolato alla Banca Mondiale costano in media 1,5 volte quelli finanziati con risorse core, e spesso trasformano organismi multilaterali in semplici agenti esecutori di scelte bilaterali, in quello che l’OCSE chiama “bilateralizzazione” del sistema multilaterale.

Un caso emblematico riguarda gli aiuti alimentari. Il programma Food for Peace, trasferito al Dipartimento dell’Agricoltura a dicembre 2025, impone che una quota rilevante delle forniture sia costituita da prodotti americani, trasportati su navi americane. Secondo il GAO, l’acquisto locale da parte del WFP costerebbe il 34% in meno in Africa subsahariana e il 29% in meno in Asia, e ridurrebbe i tempi di consegna da una media di 147 giorni a 35-41. Questi vincoli equivalgono a una perdita di impatto reale di circa 300 milioni di dollari l’anno.

Perché il multilaterale conta, e quando funziona

L’articolo individua con precisione dove i canali multilaterali hanno un vantaggio comparato reale: nella logistica umanitaria su larga scala (dove WFP, UNHCR, UNICEF e IOM possono fare ciò che nessun paese può fare da solo), nel pooling di beni pubblici globali come la sorveglianza pandemica o i fondi per il clima, nella leva finanziaria (ogni dollaro versato all’IDA genera circa 4 dollari di capacità di prestito), e nella gestione del rischio nei contesti fragili, dove i sistemi fiduciari multilaterali riducono il rischio di corruzione. Il bilaterale resta preferibile quando servono competenze specifiche, criteri di selezione stringenti o una responsabilità diretta verso i contribuenti.

Il problema non è la scelta tra bilaterale e multilaterale, ma la mancanza di una strategia esplicita che guidi quella scelta. Il DAC raccomanda a tutti i suoi membri di pubblicare una revisione dell’aiuto multilaterale con obiettivi chiari. Regno Unito, paesi nordici, Germania, Paesi Bassi e Francia lo fanno. Gli USA non hanno mai condotto una revisione basata su evidenze, nonostante una proposta legislativa bipartisan in questo senso (il Multilateral Aid Review Act del 2017) non sia mai stata approvata.





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