Biodiversità o competitività? Il duello sul bilancio UE che deciderà il futuro del programma LIFE
Trentaquattro anni di storia, oltre 5.500 progetti finanziati in tutta Europa, 12 miliardi di euro di investimenti mobilitati. In Italia, quasi 1.100 progetti per il clima, la biodiversità e l'economia circolare, pari a circa il 18% del totale dei progetti sostenuti nell'Unione, per un investimento complessivo di 2,1 miliardi di euro. Questi sono i numeri del programma LIFE, il principale strumento finanziario dell'Unione europea dedicato all'ambiente e all'azione per il clima, operativo dal 1992. Numeri che oggi rischiano di rappresentare un'eredità piuttosto che un punto di partenza, mentre i negoziati sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) 2028-2034 entrano nella fase più delicata e il destino di LIFE come programma autonomo è tutt'altro che scontato.
La proposta che ha scosso il settore ambientale
Il 16 luglio scorso, la Commissione europea ha presentato la proposta di Regolamento che istituisce il Fondo europeo per la competitività (European Competitiveness Fund, ECF), uno strumento pensato per rilanciare la competitività europea nei settori strategici e semplificare l'attuale architettura frammentata dei finanziamenti UE. Il Fondo riunirà undici programmi attualmente gestiti dalla Commissione — tra cui, appunto, LIFE — attraverso un regolamento unico e procedure accelerate per la selezione, la valutazione e la rendicontazione dei progetti.
L'obiettivo dichiarato è la semplificazione. Il risultato, secondo organizzazioni ambientaliste, enti pubblici, università e imprese in tutta Europa, sarebbe la fine di LIFE come strumento autonomo e la sua dissoluzione all'interno di un fondo multisettoriale orientato principalmente alla competitività economica. Una prospettiva che ha innescato una reazione trasversale e senza precedenti.
La mobilitazione del mondo ambinetalista non si è fatta attendere, a pochi giorni dalla chiusura della consultazione pubblica sul futuro bilancio europeo, una lettera congiunta è stata inviata alla Presidente della Commissione Von der Leyen, alla Presidente del Parlamento europeo e agli europarlamentari. Guidata dalla Regione Liguria, la lettera ha raccolto l'adesione di 820 tra autorità regionali e locali, città, imprese, università e organizzazioni provenienti da tutta Europa, oltre a 496 altre organizzazioni, una mobilitazione bipartisan, capace di unire territori e settori diversi indipendentemente dal colore politico.
In Italia, hanno aderito undici regioni — Abruzzo, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia, Piemonte, Puglia, Provincia autonoma di Bolzano, Umbria e Valle d'Aosta — oltre a 67 comuni e reti di comuni, 37 università e centri di ricerca e un largo numero di imprese, aree protette, parchi nazionali e associazioni. Una coalizione che difficilmente può essere liquidata come espressione di un interesse settoriale. Il messaggio dei firmatari è inequivocabile: LIFE deve restare un programma autonomo, dotato di propria base giuridica, governance dedicata e bilancio specifico nel prossimo ciclo di programmazione 2028-2034. Devono essere rafforzate le sue risorse in proporzione alla portata delle sfide ambientali e climatiche. Deve essere preservato il suo approccio partecipativo e bottom-up, che ha permesso di coinvolgere autorità pubbliche, enti di ricerca, imprese, ONG e comunità locali in più di tre decenni di interventi sul campo.
Quando la competitività assorbe l'ambiente
Le preoccupazioni di chi si oppone all'integrazione di LIFE nel Fondo per la competitività non sono di principio, ma operative. La prima riguarda la coerenza delle politiche: uno strumento autonomo con governance dedicata ha sempre potuto affrontare in modo mirato le sfide ambientali, climatiche e di biodiversità. Dissolto all'interno di un fondo multisettoriale orientato ad altri obiettivi economici, il rischio è che le priorità ambientali vengano sistematicamente rinviate a favore di settori percepiti come più strategici dal punto di vista della competitività industriale.
La seconda preoccupazione riguarda la stabilità dei finanziamenti. LIFE ha garantito risorse certe e continue, fondamentali per la pianificazione a lungo termine di interventi complessi come il ripristino degli ecosistemi, la protezione della biodiversità o la sperimentazione di modelli di economia circolare. La frammentazione in strumenti generali con obiettivi multipli renderebbe le risorse ambientali più discontinue e meno prevedibili.
Il terzo rischio è quello della subordinazione degli obiettivi: integrare la componente ambientale in un fondo per la competitività significa di fatto accettare che gli investimenti nella natura e nel clima debbano dimostrare la propria rilevanza economica prima ancora che la propria necessità ecologica. Un cambio di paradigma che, osservano i critici, va in direzione opposta rispetto ai segnali che l'emergenza climatica e la crisi della biodiversità richiederebbero. Non a caso, lo stesso Regolamento UE sul ripristino della Natura documenta che il valore socioeconomico dei benefici derivanti dagli investimenti nella natura è da otto a dieci volte superiore agli investimenti iniziali.
Dal Parlamento europeo un riconoscimento parziale, ma non sufficiente
La scorsa settimana, la commissione bilancio del Parlamento europeo ha adottato la propria posizione sulla relazione intermedia relativa al QFP. Il testo riconosce il ruolo fondamentale di LIFE e chiede finanziamenti dedicati e prevedibili: tre miliardi di euro nell'ambito del Fondo europeo per la competitività e 2,4 miliardi nell'ambito del Fondo UE. Un segnale politico importante, che testimonia il sostegno trasversale allo strumento in tutto l'arco parlamentare. Tuttavia il voto non arriva a chiedere esplicitamente un programma LIFE autonomo. Una lacuna significativa, che rischia di trasformare il riconoscimento formale in una tutela insufficiente. Il Parlamento europeo dovrà votare la relazione in seduta plenaria il prossimo 28 aprile, prima che inizino i negoziati formali con gli Stati membri sul bilancio a lungo termine.
Sullo sfondo il braccio di ferro con le destre poluliste
Ma non si tratta solo di un argomento da tecnocrati, sullo sfondo c'è da tempo una dimensione politica che si inserisce nel solco della polemica, innescata dalle destre populiste europee, sul presunto finanziamento europeo di organizzazioni ambientaliste che avrebbero fatto pressione per il Green Deal. Un braccio di ferro che ha avuto il suo culmine lo scorso aprile quando la commissione Ambiente dell'Europarlamento ha respinto — con soli 41 voti contrari e 40 favorevoli — una mozione di censura congiunta presentata dal Partito Popolare Europeo e dal Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei contro il rinnovo del bilancio del programma LIFE. Un solo voto ha impedito che il principale strumento finanziario ambientale dell'UE ricevesse un voto di sfiducia nel cuore del Parlamento europeo.
La partita è ancora aperta
I negoziati tra Commissione, Parlamento e Consiglio sul QFP 2028-2034 proseguiranno per tutto il 2026 e il 2027, con l'obiettivo di adottare il bilancio definitivo prima dell'avvio del nuovo ciclo di programmazione nel 2028. In questo arco di tempo, la pressione della società civile, delle regioni, delle imprese e delle università che hanno firmato l'appello di novembre 2025 dovrà trasformarsi in posizioni negoziali concrete da parte degli Stati membri.
Il segnale dal Consiglio Ambiente del 21 ottobre 2025 è stato incoraggiante: diversi Stati membri, inclusa l'Italia, hanno espresso preoccupazioni per l'assenza di uno strumento dedicato alla biodiversità nella proposta della Commissione. Ma le dichiarazioni di principio nei Consigli europei hanno una storia di non tradursi automaticamente in impegni finanziari vincolanti, specialmente quando il negoziato globale sul bilancio impone compromessi su più fronti simultaneamente.