Il G7 scopre la "mutually beneficial partnership", ma vantaggiosa per chi?
Ci sono formulazioni diplomatiche che suonano bene al primo ascolto e che, ad un esame più attento, rivelano più di quanto nascondano. "Mutually beneficial international partnerships" — partnership internazionali reciprocamente vantaggiose — è la formula scelta dai leader del G7 riuniti nei giorni scorsi ad Evian per ridefinire l'approccio alla cooperazione internazionale. Una dichiarazione firmata anche da Kenya e Repubblica di Corea come Paesi partner, che si inserisce in un processo più ampio di revisione del sistema degli aiuti globali e che porta in sé ambizioni reali e contraddizioni strutturali rilevanti.
Il documento non va liquidato come un comunicato routinario. Nel contesto attuale — crollo storico degli APS, smantellamento dell'USAID, dibattito aperto sul futuro del multilateralismo — la dichiarazione del G7 è uno dei pochi tentativi di offrire una visione alternativa all'anarchia dei tagli. Ma quella visione ha un limite fondamentale che i leader non sembrano aver ancora affrontato.
Cosa dice la dichiarazione di Evian
Il G7 parte da una diagnosi che nessuno nella comunità della cooperazione internazionale contesterebbe: il sistema attuale è troppo frammentato, troppo dipendente dalle risorse pubbliche dei donatori, troppo orientato a creare dipendenza anzichè autonomia. «Le politiche di sviluppo tradizionali hanno avuto un impatto limitato nel ridurre la dipendenza dagli aiuti esterni e nel creare incentivi favorevoli alla crescita», si legge nel testo. Il riconoscimento di un parziale fallimento che ha il merito della franchezza.
La ricetta proposta si muove su quattro assi. Il primo è la mobilizzazione del capitale privato: le istituzioni finanziarie per lo sviluppo e le banche multilaterali devono usare strumenti di garanzia, finanza mista e de-risking per attrarre investitori privati su «progetti bancabili ad alto impatto». Il secondo è il rafforzamento della capacità fiscale dei Paesi partner — riscossione delle entrate, gestione del debito, spesa efficiente — in modo da ridurre la dipendenza dai trasferimenti esterni. Il terzo è la ristrutturazione del debito dei Paesi più vulnerabili, con un rafforzamento del Common Framework del G20. Il quarto è la convergenza strategica: le risorse concessionali devono essere usate dove sono davvero necessarie — Paesi meno sviluppati, contesti di fragilità, shock climatici — mentre altrove si punta su investimenti e co-finanziamento.
Accanto a questi assi, il documento cita esplicitamente le filiere dei minerali critici, la resilienza delle catene di approvvigionamento, le infrastrutture energetiche, digitali e dei trasporti — settori su cui si concentrerà buona parte degli investimenti promessi. La dichiarazione cita esplicitamente il Piano Mattei italiano, il Partenariato G7 per le Infrastrutture Globali (PGII) e il Global Gateway europeo come iniziative da valorizzare in questa cornice.
Win-win: un principio non nuovo e già contestato
La formula "reciprocamente vantaggioso" non è una novità del G7 di Evian. È il principio che ha guidato la cooperazione cinese in Africa per due decenni, ed è lo stesso slogan che l'Unione Europea usa per descrivere il Global Gateway dal 2021. È la logica sottesa al "commercio prima degli aiuti" propagandata da Trump. È la retorica del Piano Mattei. In forme diverse, il modello win-win — o mutually beneficial, o trade over aid — è ormai il paradigma dominante della cooperazione internazionale del XXI secolo.
Il problema non è il principio in sé: costruire relazioni che producano valore per entrambe le parti è certamente preferibile alla dipendenza unilaterale. Il problema è la domanda che questo principio sistematicamente elide: win-win per chi, esattamente?
L'esperienza delle ultime due decadi offre una risposta empirica imbarazzante. Quando le grandi potenze negoziano con i governi africani per accedere a minerali critici, costruire porti o garantire forniture energetiche, i benefici del partenariato tendono a concentrarsi in tre punti: le imprese dei Paesi donatori che ottengono i contratti, le istituzioni finanziarie che gestiscono i flussi, e le elite governative dei Paesi partner che firmano gli accordi. Le comunità locali che vivono sulle miniere di cobalto, i contadini che cedono le terre per le infrastrutture, i lavoratori delle piantagioni nelle filiere agro-alimentari — queste sono le persone che scompaiono sistematicamente dai testi delle dichiarazioni G7.
L'anello debole
La dichiarazione di Evian esprime impegni retorici sulla «sovranità economica», sull'«autonomia decisionale», sul «rispetto delle priorità nazionali di sviluppo» dei Paesi partner. Afferma esplicitamente l'impegno per «l'empowerment di tutte le donne e le ragazze». Menziona la società civile nell'ultima frase — «una ampia coalizione multi-attore, inclusi donatori emergenti, settore privato, attori filantropici e società civile» — come elemento da coinvolgere in questa visione rinnovata.
Ma la logica operativa di tutto il documento è quella della negoziazione intergovernativa. Le partnership vengono costruite tra governi, gestite attraverso istituzioni finanziarie multilaterali, attuate da imprese private e banche di sviluppo. In questo schema, la società civile locale — ONG, sindacati, comunità indigene, movimenti ambientalisti, associazioni di donne — non ha voce nei processi decisionali: è al massimo un destinatario finale, mai un attore.
Il problema diventa drammaticamente concreto nei Paesi con governi autoritari, semi-autoritari o semplicemente non democratici — che rappresentano una quota significativa dei partner della cooperazione internazionale, dall'Etiopia all'Egitto, dalla RDC all'Angola, dal Sudan al Mozambico. In questi contesti, «rafforzare la capacità fiscale», «promuovere la sovranità economica», «rispettare le priorità nazionali di sviluppo» significa concretamente: dare più risorse e più legittimità a governi che non rispondono alla propria popolazione, non consultano la società civile, non tutelano i diritti umani e usano i flussi di cooperazione per consolidare il proprio potere.
Non è un caso teorico. È esattamente quello che è accaduto — e continua ad accadere — con il modello cinese in Zambia, in Zimbabwe, in Etiopia. Ed è il rischio che gli esperti segnalano anche per il Piano Mattei, dove la logica governo-a-governo esclude sistematicamente le organizzazioni della società civile locale africana dai processi decisionali che riguardano le loro comunità.
I minerali critici: la vera agenda sotto il linguaggio dello sviluppo
Uno dei passaggi più rivelatori della dichiarazione di Evian riguarda le filiere dei minerali critici. Il documento afferma di voler «sfruttare il potenziale economico della creazione di valore dai minerali critici attraverso la cooperazione internazionale e partnership reciprocamente vantaggiose basate su standard elevati, trasparenza e creazione di valore locale».
È una formulazione che condensa in una frase l'intera tensione del modello. Da un lato, il riconoscimento che la «creazione di valore locale» — cioè la trasformazione dei minerali nei Paesi produttori invece di esportarli grezzi — è un obiettivo legittimo e da perseguire. Dall'altro, l'inserimento di questo obiettivo in una cornice competitiva tra G7 e Cina per garantirsi l'accesso alle materie prime necessarie per la transizione energetica — batterie, semiconduttori, energie rinnovabili. L'Africa è al centro di questa competizione non come soggetto di diritto allo sviluppo, ma come deposito di risorse strategiche che altri vogliono controllare.
Il documento cita il PGII, il Global Gateway e il Piano Mattei come iniziative convergenti in questa direzione. Tutte e tre si presentano come alternative «di qualità» alla Via della Seta cinese. Tutte e tre hanno la stessa struttura fondamentale: accordi governo-a-governo, investimenti infrastrutturali legati all'accesso alle risorse, esclusione sistematica della società civile locale dai processi negoziali.
Cosa manca nella dichiarazione
Ci sono questioni fondamentali che la dichiarazione del G7 non affronta. La prima è quella della condizionalità democratica: le partnership reciprocamente vantaggiose si costruiscono con tutti i governi, indipendentemente dal rispetto dei diritti umani, dello spazio civico, della libertà di stampa? Il documento non lo dice. Il silenzio su questo punto non è neutro: è una scelta politica.
La seconda domanda riguarda il ruolo delle comunità locali nelle decisioni sulle infrastrutture e sui minerali. Il diritto al consenso libero, preventivo e informato — principio del diritto internazionale riconosciuto dalla Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni — non è menzionato. La «creazione di valore locale» citata nel documento può significare royalties versate al governo, oppure può significare benefici concreti per le comunità che vivono e lavorano sui territori interessati. La differenza non è di dettaglio: è la differenza tra sviluppo e neo-colonialismo economico.
La terza domanda riguarda la misura dell'impatto: come si verifica che le partnership producano effettivamente benefici per le popolazioni più vulnerabili? Il documento parla di «standard elevati» e «trasparenza», ma non definisce chi misura il rispetto di questi standard, chi ha accesso ai dati e chi può contestare i risultati.
La risposta della società civile: necessaria, non sufficiente
Per le ONG e le organizzazioni della cooperazione internazionale, la dichiarazione di Evian pone una sfida che va oltre la critica al testo. Il modello che si sta consolidando — partenariati pubblico-privati, finanza mista, capital mobilization — non è reversibile nel breve periodo. La domanda rilevante non è solo «questo modello è giusto?» ma «come possono le organizzazioni della società civile inserirsi in questo modello per tutelare gli interessi delle popolazioni più vulnerabili?»
Alcune risposte esistono già. I meccanismi di due diligence obbligatoria introdotti dalla Direttiva europea CSDDD — ora a rischio di indebolimento nelle negoziazioni sul QFP — impongono alle imprese che ricevono garanzie pubbliche di valutare e mitigare gli impatti sociali e ambientali lungo tutta la catena di fornitura. I fondi pooled basati sulla localizzazione, se gestiti con governance inclusiva, possono portare risorse direttamente alle organizzazioni locali. Le coalizioni di società civile africane stanno sviluppando posizioni sempre più sofisticate sul commercio dei minerali critici e sulla governance delle infrastrutture.
Ma questi strumenti restano strutturalmente marginali rispetto al volume e alla velocità dei capitali che il G7 vuole mobilitare. La logica della blended finance e del de-risking non contempla naturalmente spazi per le ONG o per i movimenti sociali: li tollera come elementi di legittimazione, li finanzia come agenti di implementazione, li consulta raramente come attori con potere di veto.
«Realizzare questa agenda trasformativa richiederà un impegno costante e collettivo», conclude la dichiarazione di Evian. È vero. Ma un'agenda che trasforma senza coinvolgere le comunità che dovrebbe beneficiare non è trasformativa: è sostitutiva. E la storia della cooperazione internazionale degli ultimi settant'anni offre già abbastanza esempi di trasformazioni decise altrove che hanno lasciato le persone più povere esattamente dove erano.