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Nuovo cambio al vertice di DFID, tutto da rifare dopo l’incubo Mordaunt

La premier britannica Theresa May ha nominato lo scorso 2 maggio Penny Mordaunt alla guida del ministero della Difesa a seguito delle dimissioni di Gavin Williamson silurato per il caso Huawei. La 46enne Mordaunt, parlamentare conservatrice dal 2010, lascia la posizione di ministro per la Cooperazione internazionale (Secretary of state for international development) ricoperta negli ultimi 18 mesi, al suo posto è stato recentemente nominato Rory Stewart, diplomatico inglese già sottosegretario della DFID e del ministero degli esteri.

Un sospiro di sollievo per la community della cooperazione internazionale inglese che era ormai rassegnata alla deriva (o estinzione) dell’aiuto pubblico allo sviluppo del Regno Unito, ancora terzo donatore al mondo dopo Stati Uniti e Germania. Stewart infatti, al contrario della sua collega uscente, è considerato un forte difensore degli aiuti UK ed è ampiamente rispettato all’interno della comunità dello sviluppo per le sue competenze in politica estera. Non ha perso tempo nell’usare il suo nuovo ruolo per difendere il budget degli aiuti UK ribadendo il suo sostegno all’impegno del Regno Unito di spendere lo 0,7% del reddito nazionale lordo per gli aiuti – qualcosa che un certo numero di parlamentari conservatori ha messo in discussione negli ultimi mesi sull’onda della visione “Britain first” della stessa Mordaunt.

La Mordaunt infatti è considerata un falco ed è tra i più entusiasti sostenitori della Brexit in seno all’attuale esecutivo Tory. Nelle sue funzioni di ministro per la Cooperazione internazionale è stata molto contestata dalla società civile suscitando allarme per le continue sfide rispetto alle regole internazionali che regolavano la spesa per gli aiuto e lo spregiudicato supporto del settore privato nella cooperazione.

600 milioni di sterline finiti nelle mani delle grandi corporation dell’agribusiness attraverso la New Alliance for Food Security and Nutrition in Africa, 10 milioni per lo sviluppo di una rete di scuole private in Africa, lo spregiudicato utilizzo di contractors privati come ASI (Adam Smith International) attraverso al quale DFID ha canalizzato oltre 450 milioni di sterline e infine i discutibili investimenti della CDC (società braccio finanziario della DFID) che la stampa inglese ha riportato essere finiti a finanziare tra l’altro centri commerciali e appartamenti di lusso in Kenya così come cliniche private in India e monoculture di palma da olio in Congo. Sono queste alcune delle contestate scelte della Mordaunt, che oggi la community inglese della cooperazione chiede a Rory Stewart di rivedere o annullare.

Una cosa sembra sicura: DFID continuerà ad esistere. Un futuro non scontato che la ministra aveva messo in discussione pochi mesi fa provocando reazioni vigorose anche all’interno del mondo diplomatico britannico. La proposta della Mordaunt era infatti quella di chiudere DFID come entità indipendente e di assorbirla all’interno del Foreign & Commonwealth Office.

La richiesta (oltre che la speranza) delle charity britanniche davanti al nuovo segretario di stato è che l’aiuto UK ritorni sul binario dell’Agenda 2030 e sia guidato unicamente da obiettivi di sviluppo e lotta alla povertà.


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