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Coronavirus in Africa, cresce l’attenzione ma serve rafforzare la diagnostica

La mappa del contagio si arricchisce di settimana in settimana di nuove bandierine. Sono ormai più di 60.000 i casi accertati (quasi tutti in Cina) di positività al Coronavirus in tutti i continenti, o quasi. A restare fuori apparentemente immune è il continente Africano nel quale ad oggi non è stato diagnosticato nessun caso nonostante i 45 sospetti segnalati all’OMS in Etiopia, Kenya, Costa d’Avorio, Ghana e Botswana. Di questi casi 35 sono risultati negativi, mentre 10 sono stati messi in quarantena in attesa di poter eseguire il test di laboratorio.

Alcuni epidemiologi che in questi giorni stanno studiando le dinamiche del contagio danno per certo che visti i numeri della mobilità di persone tra Cina e Africa e date le percentuali di contagio, in Africa ci siano casi conclamati di contagio che non sono stati diagnosticati.

Ad oggi sono meno di dieci i paesi in grado di eseguire i test, sette di questi sono classificati dall’OMS come particolarmente vulnerabili, principalmente a causa del loro contatto con la Cina, si tratta di Algeria, Angola, Etiopia, Ghana, Nigeria, Tanzania e Zambia. I due centri di eccellenza in materia sono l’Institut Pasteur in Senegal e l’Istituto nazionale per le malattie trasmissibili in Sudafrica che negli ultimi giorni hanno ricevuto medici e scienziati di altri 15 paesi al fine di formarli e rimandarli a casa con test diagnostici completi di reagenti. L’OMS sta inoltre inviando kit a 29 laboratori nel continente.

Solo alcune compagnie aeree africane hanno ritenuto di bloccare i voli da e per la Cina seguendo quanto deciso in Europa e Asia da compagnie come Alitalia, British Airways, Lufthansa, Swiss, Austrian Airlines e Air France. Da alcuni giorni infatti RwandAir, Air Madagascar, Air Mauritus, Royal Air Maroc e Tanzania Air hanno sospeso di collegamento con la Cina.

Nel frattempo restano aperti a centinaia di passeggeri giornalieri in arrivo dalla Cina gli scali aeroportuali più grandi d’Africa come Addis Abeba, Johannesburg e Nairobi che hanno attivato l’utilizzo dei termoscanner per la misurazione della temperatura corporea. Tutti i principali aeroporti dell’area sub-sahariana ne sono dotati soprattutto a seguito delle epidemie di ebola e febbre di Lassa degli ultimi anni.

Ad Addis Abeba, città di gran lunga più esposta in tutta l’Africa, i casi sospetti sono trattati con una sorta quarantena fuori dall’aeroporto ma è preoccupante la bassissima disponibilità di posti in terapia intensiva a disposizione in caso di identificazione di persone contagiate. Secondo il direttore di Cuamm – Medici con l’Africa “se il virus dovesse arrivare nel continente la preoccupazione sarebbe alta poiché la malnutrizione diffusa anche tra bambini e giovani riduce la capacità reattiva del sistema immunitario”. Dal punto di vista della sanità pubblica l’isolamento è l’unico vero mezzo di contenimento di un’epidemia, ed è proprio su questo fronte che la maggior parte dei paesi non sono preparati. “L’unica vera arma contro il virus è la prevenzione – continua Don Dante Carraro – quella che il sistema sanitario italiano garantisce a cittadini e stranieri grazie alla copertura universale e a meccanismi semplici, come lo screening e la quarantena”.


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