Dopo il 2030: quattro scenari per il futuro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile
Il conto alla rovescia sembra essere già iniziato. Il 2030 si avvicina e con esso si fa sempre più urgente una domanda che la comunità internazionale non può più rimandare: cosa succederà agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) quando il loro orizzonte temporale sarà scaduto? La risposta non è affatto scontata, e il momento per costruirla è proprio adesso.
Un bilancio amaro
Prima di guardare avanti, vale la pena fermarsi sul presente. Il quadro che emerge dall'ultima revisione degli SDGs è impietoso: la maggior parte dei 17 Obiettivi non sarà raggiunta entro il 2030. Cambiamento climatico, conflitti armati, disuguaglianze crescenti e la crisi post-pandemica hanno rallentato — o in alcuni casi invertito — i progressi degli anni precedenti. Eppure, come ricorda una ricerca condotta dalla GIZ (l'agenzia tedesca per la cooperazione allo sviluppo), molti paesi hanno intrapreso percorsi concreti verso uno sviluppo più sostenibile dal 2016 a oggi. Il problema non è l'assenza di volontà in assoluto, ma la sua insufficienza di fronte alla scala e alla complessità delle sfide.
Il Patto per il Futuro, adottato al Summit of the Future di New York nel settembre 2024, ha stabilito che i negoziati sul futuro dell'Agenda globale dovranno partire formalmente dall'SDG Summit 2027 — l'ultimo prima della scadenza dell'Agenda 2030. Da lì in poi, il terreno è ancora tutto da costruire.
Quattro scenari possibili
La ricerca di GIZ — condotta in collaborazione con centri di ricerca e istituzioni internazionali - ha delineato quattro scenari plausibili per il periodo post-2030.
- Scenario 1 – Nessuna nuova agenda. Le tensioni geopolitiche e il declino dell'interesse politico per lo sviluppo sostenibile rendono impossibile qualsiasi accordo. I negoziati vengono abbandonati. È lo scenario più pessimistico, ma tutt'altro che irrealistico in un mondo in cui il multilateralismo è messo sotto pressione da più parti contemporaneamente.
- Scenario 2 – Più agende in competizione. La comunità internazionale si divide, e nascono due o più percorsi paralleli. Un'agenda ambiziosa sul clima promossa da un blocco di paesi progressisti, e una opposta portata avanti da chi preferisce continuare a puntare sui combustibili fossili. Oppure — scenario ancora più concreto — un'agenda guidata dall'UE che si confronta con una alternativa plasmata dalla Cina, riflettendo la frattura geopolitica già visibile oggi in numerosi forum internazionali.
- Scenario 3 – Proroga dell'Agenda attuale. La comunità internazionale decide di prorogare semplicemente il quadro 2030, per preservare almeno il consenso raggiunto nel 2015. Potrebbero essere apportati aggiustamenti marginali agli obiettivi e agli indicatori, ma la struttura resterebbe sostanzialmente invariata. È lo scenario della continuità — il più probabile secondo FORUS, la grande rete internazionale della società civile — ma anche quello che rischia di ignorare i mutamenti profondi nel contesto globale.
- Scenario 4 – Una nuova agenda condivisa. Il più ambizioso e il più incerto. A seguito di negoziati intensi, la comunità internazionale approva un unico nuovo framework. Potrebbe tornare a concentrarsi sui bisogni di base come i Millennium Development Goals (MDGs), oppure mettere al centro i beni pubblici globali. Potrebbe essere più trasformativo dell'Agenda 2030 — o, al contrario, risentire dell'influenza crescente di stati autoritari e anti-liberali.
Qualunque scenario si materializzi, una variabile è trasversale a tutti: il rischio che i governi adottino formalmente un'agenda e poi la ignorino nella pratica, per mancanza di sostegno interno o di meccanismi di accountability efficaci.
I nodi politici del negoziato
Tre grandi temi si profilano come i principali terreni di scontro nelle negoziazioni post-2030. Il primo è il clima e l'ambiente. Un numero crescente di stati considera l'azione climatica un ostacolo alla crescita, o la liquida come un'ideologia. Questo sta già producendo un arretramento delle ambizioni climatiche a livello globale. Nuove narrative — benessere umano e planetario, sostenibilità rigenerativa, equità intergenerazionale, spesso radicate nelle tradizioni locali — potrebbero rilanciare il tema, ma dovranno fare i conti con la pressione dei paesi produttori di combustibili fossili.
Il secondo è il nodo dei diritti umani, uguaglianza di genere e buona governance. Molti paesi rifiutano esplicitamente questi principi come imposizioni esterne. Il rischio è che anche una versione annacquata di questi valori venga considerata un successo negoziale — un'ipotesi che allarma profondamente la società civile internazionale.
Il terzo riguarda la trasformazione digitale. La sovranità digitale e l'intelligenza artificiale potrebbero diventare obiettivi autonomi di una nuova agenda, costruendo sul Global Digital Compact adottato dall'ONU nel 2024. Ma la rapidità dei cambiamenti tecnologici e le incertezze sugli investimenti potrebbero anche ridurre il digitale a un tema trasversale senza peso proprio.
Chi deciderà il futuro dell'Agenda
La rivalità geopolitica tra Stati Uniti e Cina è il fattore più determinante. L'attuale amministrazione americana è apertamente ostile al multilateralismo e all'Agenda 2030: nel migliore dei casi, potrebbe semplicemente scegliere di non partecipare ai negoziati; nel peggiore, potrebbe ostacolarne attivamente qualsiasi esito positivo. Le elezioni presidenziali del 2028 potrebbero cambiare questo quadro, ma un'inversione completa della linea politica degli anni Trump appare improbabile prima del 2030.
La Cina sta riempiendo il vuoto lasciato dagli Stati Uniti, usando la Global Development Initiative (GDI) e la Global Civilisation Initiative (GCI) per posizionarsi come architetto alternativo dell'ordine multilaterale. Il sostegno dei paesi BRICS+ sarà cruciale per determinare quanto riesce a influenzare il contenuto di una nuova agenda.
L'Unione Europea ha il potenziale per giocare un ruolo costruttivo, ma deve fare i conti con le divisioni interne. GIZ individua nella possibilità di un'alleanza UE-Global South — basata su interessi comuni, rispetto reciproco e una visione di trasformazione verde e socialmente giusta — uno degli scenari più promettenti. Ma si tratta di un'alleanza da costruire con cura e pazienza, non di un dato acquisito.
Il G77, con i suoi 134 paesi membri, resta imprescindibile: nulla si decide all'ONU senza di loro. Ma non è un blocco omogeneo: alcune economie emergenti vogliono un'agenda ambiziosa, altri paesi autocratici e produttori di petrolio spingono nella direzione opposta.
La società civile, che ha avuto un ruolo cruciale nella definizione dell'Agenda 2030, si trova oggi in una posizione più debole. In molti paesi, lo spazio civico si è ristretto. La crisi finanziaria seguita al ritiro di USAID ha colpito duramente le ONG del Sud del mondo, aprendo spazio a think tank governativi meno indipendenti. L'influenza della società civile sui negoziati ufficiali resta limitata, anche se il suo ruolo di mobilitazione e agenda-setting rimane essenziale.
Cosa ci dice questo dibattito per chi lavora nella cooperazione
Per le organizzazioni della cooperazione internazionale, questo non è un dibattito astratto. Le scelte che verranno fatte nei prossimi tre anni definiranno le priorità tematiche, le logiche di finanziamento e le strutture di governance della cooperazione globale per il decennio successivo.
Il 2027 SDG Summit è la prossima finestra strategica. Il Global Sustainable Development Report (GSDR) 2027, attualmente in preparazione da parte di un panel scientifico indipendente, fornirà le basi analitiche per quelle negoziazioni. La Seconda Conferenza Mondiale sullo Sviluppo Sociale, tenutasi nel novembre 2025, ha già impegnato i governi in un processo quinquennale a partire dal 2031, con revisioni nazionali volontarie integrate nella pianificazione post-2030. Il successo dipenderà dalla capacità di costruire alleanze strategiche tra tutti i paesi e gli attori interessati al bene comune globale. Non da soli, ma insieme — con una chiara comprensione delle proprie priorità e una disponibilità al compromesso sulle modalità, non sui valori fondamentali.