Emissions Gap Report 2026: alla COP31 l’ultima chiamata per cambiare rotta
Pubblicato lo scorso 21 ottobre, a poche settimane dalla COP31 in Turchia, l’Emissions Gap Report 2026 dell’UNEP — il Programma Ambientale delle Nazioni Unite — traccia un quadro al tempo stesso preoccupante e non privo di margini d’azione. La soglia di +1,5°C rispetto all’era pre-industriale fissata dall’Accordo di Parigi è ormai fuori portata. Ma la traiettoria può ancora essere corretta, a patto di agire con una velocità e una determinazione politica finora mai viste.
Tre scenari, nessuno rassicurante
Il rapporto delinea tre scenari per la fine del secolo:
- Traiettoria attuale (politiche invariate): riscaldamento di +2,8°C, con effetti devastanti su biodiversità, sistemi alimentari, popolazioni costiere e salute pubblica globale.
- Rispetto integrale degli NDC (impegni nazionali già assunti): si scenderebbe a +2,6°C, comunque ben oltre la soglia di sicurezza.
- Scenario ultra-ottimistico (NDC + impegni net-zero): +2,1°C, ancora superiore al secondo obiettivo di Parigi.
Una sola via conduce al contenimento del picco intorno a +1,7/1,8°C — con possibilità di rientro sotto 1,5°C entro fine secolo — ma richiede tagli delle emissioni globali del 18% entro il 2030, del 45% entro il 2035 e del 69% entro il 2040, tutti calcolati rispetto ai livelli del 2025. Le riduzioni attualmente previste dagli impegni nazionali si fermano al 5-8% entro il 2030: un divario enorme. «Il superamento non è una resa», ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU António Guterres. «Ma il divario nelle emissioni è ormai un divario di leadership».
L’ombra di Trump sulle previsioni
Il peggioramento delle proiezioni rispetto al rapporto precedente ha un nome preciso: Donald Trump. Il ritiro degli Stati Uniti — secondo emettitore globale — dall’Accordo di Parigi ha cancellato impegni significativi e trascinato verso il basso le prospettive globali. Gli scienziati ingaggiati da UNEP hanno dovuto rivedere al rialzo le stime di riscaldamento atteso, un segnale che la politica interna di una singola grande potenza può alterare le traiettorie climatiche del pianeta intero.
Ogni cinque anni di emissioni mantenute ai livelli attuali fanno salire il picco di riscaldamento di circa 0,1°C. Un dettaglio apparentemente piccolo, enorme nelle sue conseguenze: già a +2°C, il 37% della popolazione mondiale sarebbe esposto a ondate di caldo estreme e le barriere coralline andrebbero quasi interamente perdute.
Dove si va avanti e dove si resta indietro
Il rapporto non è solo una lista di fallimenti. Dall’Accordo di Parigi in poi, l’installazione di energie rinnovabili è cresciuta a un ritmo tre volte superiore alle previsioni; il solare fotovoltaico ha persino superato di sette volte le attese. I sistemi di scambio delle quote di emissione e le carbon tax hanno ridotto le emissioni del 5-13% nei settori in cui sono stati applicati. Ma i progressi restano concentrati in pochi paesi e pochi settori. Le emissioni assolute legate al trasporto stradale, al metano e ai sistemi energetici continuano a crescere. Il nodo irrisolto è quello dei combustibili fossili: sappiamo aggiungere energia pulita, ma non siamo ancora capaci — né abbastanza determinati politicamente — di togliere quella sporca.
Per rispettare le traiettorie necessarie, entro il 2035 le rinnovabili dovrebbero triplicare la capacità attuale e il carbone nei sistemi elettrici dovrebbe praticamente scomparire. Gas, petrolio e carbone dovrebbero ridursi rispettivamente del 55%, 35% e 75% entro il 2040.
Verso la COP31 in Turchia: l’Europa cerca unità
In questo contesto arriva la COP31, in programma in Turchia a novembre 2026. L’Unione Europea si presenta con un documento interno che punta a trasformare gli impegni esistenti in azioni concrete, prolungare il programma negoziale sulle mitigazioni fino al 2040 e avanzare l’abbandono dei combustibili fossili. Tuttavia, la presidenza irlandese del Consiglio UE ha già chiarito che non ci sarà spazio per nuovi impegni finanziari verso i paesi in via di sviluppo — una posizione che rischia di creare frizioni con il Sud globale, che chiede da anni un contributo più equo da parte dei maggiori responsabili storici delle emissioni.
Dopo la COP30 in Brasile, conclusasi senza impegni rafforzati, le aspettative per la COP31 restano caute. La sfida non è più solo scientifica o tecnica: è politica. Come ha sintetizzato Bill Hare, CEO di Climate Analytics: «Il punto fondamentale è semplice: i governi devono darsi da fare ad attuare politiche che riducano l’uso di combustibili fossili il prima possibile».
Le proiezioni dell’UNEP non sono dati astratti. Ogni decimo di grado in più si traduce in più siccità, più alluvioni, più sfollamenti, più crisi alimentari. I paesi più vulnerabili — che hanno contribuito meno alle emissioni storiche — pagheranno il prezzo più alto. L’adattamento climatico, già oggi sottofinanziato, diventa una priorità sempre più urgente e un terreno di lavoro sempre più centrale per chi opera nella cooperazione allo sviluppo e nella risposta umanitaria.