spesa militare

Più armi e meno cooperazione, il paradosso che indebolisce la sicurezza globale

Il rapporto 2026 dello Stockholm International Peace Research Institute fotografa un mondo in cui la spesa militare tocca il record storico di 2.900 miliardi di dollari, mentre i fondi per la cooperazione allo sviluppo e l’aiuto umanitario si contraggono. Un disequilibrio che non è solo etico, ma strategicamente pericoloso.

Il 2025 è stato l’undicesimo anno consecutivo di crescita della spesa militare mondiale. Secondo il SIPRI Yearbook 2026, i governi del pianeta hanno destinato complessivamente 2.900 miliardi di dollari alla difesa, pari al 2,5% del PIL mondiale. In parallelo, l’aiuto pubblico allo sviluppo si è ridotto: secondo i dati OCSE citati dal rapporto, l’assistenza allo sviluppo di base ristagna dal 2021, una tendenza che era stata parzialmente mascherata dai fondi destinati all’Ucraina e all’accoglienza dei rifugiati. Il taglio più netto ha colpito l’infrastruttura economica e i programmi sanitari, due settori tra i più cruciali per la riduzione delle cause strutturali di instabilità.

Un sistema di sicurezza che si trasforma

Il rapporto SIPRI 2026 descrive una transizione storica nel sistema internazionale di sicurezza. Non si tratta solo di numeri in crescita: è cambiata la natura dei conflitti. Nel 2025 i conflitti armati hanno interessato 49 paesi, con una novità preoccupante: il numero di guerre interstatali (cioè tra stati sovrani) è raddoppiato, passando da tre a sei e coinvolgendo almeno 13 stati. È una dinamica che rompe il paradigma post-Guerra Fredda, in cui i conflitti erano prevalentemente interni o asimmetrici. Sul piano umanitario, le conseguenze sono drammatiche: circa 238.000 persone hanno perso la vita in contesti di conflitto, 117,3 milioni di persone sono sfollate forzate nel mondo, e in Africa subsahariana 167 milioni di persone hanno affrontato una condizione di insicurezza alimentare acuta, un massimo storico.

La corsa al riarmo e il suo peso sui bilanci

Gli Stati Uniti guidano la classifica della spesa militare con 954 miliardi di dollari, pari al 33% del totale mondiale. La Cina segue con 336 miliardi, la Russia con 190 miliardi. Il dato più significativo per il lettore europeo riguarda l’Europa: i membri europei della NATO hanno speso 864 miliardi nel 2025, con un incremento del 14%, la crescita annuale più rapida dal 1953. L’Italia si posiziona al dodicesimo posto nella classifica globale con 48,1 miliardi di dollari, dopo un aumento del 20% in un anno. La Spagna ha superato per la prima volta dal 1994 la soglia del 2% del PIL nella spesa militare, mentre la Germania ha registrato un +24%. Sullo sfondo, il nuovo obiettivo concordato dai membri NATO a giugno 2025: arrivare al 5% del PIL in spesa per la difesa entro il 2035, più del doppio della soglia precedente del 2%.

Anche l’industria degli armamenti riflette questa tendenza: i ricavi delle prime 100 aziende produttrici di armi e servizi militari hanno raggiunto 679 miliardi di dollari nel 2024, con una crescita del 5,9% rispetto all’anno precedente. Al vertice si collocano i colossi statunitensi Lockheed Martin, RTX e Northrop Grumman.

Aiuti insufficienti, bisogni crescenti

Il SIPRI stima che il fabbisogno di assistenza allo sviluppo potrebbe raggiungere 326 miliardi di dollari entro il 2028. Se i tagli all’APS (Aiuto Pubblico allo Sviluppo) dovessero continuare ai ritmi attuali, il divario tra risorse disponibili e bisogni potrebbe toccare i 179 miliardi di dollari, una cifra superiore all’ammontare totale previsto dell’APS mondiale per quell’anno. Il rapporto sottolinea che colmare questo divario richiederebbe soltanto una frazione degli aumenti pianificati nella spesa militare: in Germania e nel Regno Unito, per esempio, le riduzioni dei fondi allo sviluppo contribuiscono in modo marginale al finanziamento degli aumenti di difesa, eppure hanno un impatto sproporzionato sui programmi di cooperazione. Il messaggio centrale del SIPRI è chiaro: aiuti allo sviluppo e spesa per la difesa non sono alternativi, ma complementari, perché solo affrontare le cause profonde dell’instabilità riduce nel tempo la necessità di interventi militari.

Multilateralismo in ritirata

Il quadro si complica ulteriormente con il progressivo indebolimento delle strutture multilaterali di pace e di sicurezza collettiva. Nel 2025, per la prima volta dal 2016, le operazioni multilaterali di pace attive sono scese sotto la soglia di 60, e nell’ultimo decennio il personale internazionale impiegato nelle missioni ONU si è quasi dimezzato. Il bilancio dell’ONU per il peacekeeping è passato da circa 7,9 miliardi a 5,4 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti hanno intrapreso un processo di disimpegno da diversi organismi delle Nazioni Unite, inclusa l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Alcuni stati europei, sotto la pressione delle priorità difensive, hanno annunciato recessi storici dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo e dalla Convenzione sulle mine antipersona, trattati che per decenni hanno rappresentato un caposaldo del diritto internazionale umanitario. Sul fronte nucleare, le nove potenze detengono complessivamente 12.187 testate, con la Cina che accelera il proprio programma di espansione portando il proprio arsenale a 620 unità.

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