Comunità energetiche, luci e ombre dal nuovo rapporto Euricse
Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) stanno diventando una componente sempre più significativa della transizione energetica italiana. Non soltanto come strumento per produrre e condividere energia da fonti rinnovabili, ma anche come possibile modello di auto-organizzazione dei territori, partecipazione civica e contrasto alla povertà energetica.
È quanto emerge dal rapporto di ricerca “Le Comunità energetiche in Italia: stato attuale e nuove prospettive”, pubblicato il 23 giugno 2026 da Euricse. Lo studio analizza l'evoluzione delle CER italiane, i loro modelli organizzativi e di governance, le modalità di finanziamento e le prospettive di sviluppo, con un approfondimento specifico sul Trentino.
Un fenomeno ormai nazionale
La ricerca ha analizzato 597 CER registrate presso il GSE al 30 settembre 2025, prendendone in esame distribuzione territoriale, impianti, potenza installata e composizione delle utenze. Le comunità energetiche risultano presenti in tutto il Paese, con una maggiore concentrazione nel Nord-Ovest, che raccoglie il 31% delle CER, e nel Sud e nelle Isole, dove si concentra il 30%. L'indagine quantitativa è stata affiancata da 48 studi di caso, dedicati alle forme giuridiche, agli assetti di governance e agli strumenti finanziari utilizzati.
I dati più aggiornati riportati nel rapporto indicano che al 30 giugno 2026 erano già circa 900 le Comunità energetiche rinnovabili attive in Italia, con 37.821 utenti coinvolti e una potenza complessiva di 302,9 MW. La crescita, tuttavia, non significa che il modello abbia già raggiunto la piena maturità.
Non solo energia: le CER come infrastrutture sociali
Uno degli elementi più interessanti dello studio riguarda la natura delle comunità energetiche. La loro funzione non si esaurisce nella produzione di energia rinnovabile: cittadini, imprese ed enti pubblici possono collaborare nella produzione, condivisione e autoconsumo, rafforzando contemporaneamente l'autonomia dei territori. Le CER vengono quindi interpretate come vere e proprie infrastrutture sociali, capaci di generare benefici collettivi e di contribuire anche al contrasto della povertà energetica.
L'aspetto economico rappresenta certamente una delle motivazioni alla base della loro nascita, ma i vantaggi per i singoli membri rimangono, almeno per ora, relativamente contenuti. I ritorni economici, soprattutto per chi non possiede direttamente gli impianti, possono essere limitati e arrivano principalmente nel medio-lungo periodo.
Tre modelli di comunità
Il rapporto individua tre principali modelli idealtipici: CER promosse dalle amministrazioni pubbliche, iniziative guidate dalle imprese locali e comunità nate dal protagonismo diretto dei cittadini. Le diverse configurazioni producono conseguenze differenti sul piano della governance, degli obiettivi e delle modalità di sviluppo.
Nel modello guidato dagli enti pubblici, un ruolo decisivo viene svolto da amministrazioni particolarmente attive, spesso attraverso l'installazione di impianti su edifici pubblici e il ricorso a finanziamenti pubblici, compresi quelli regionali o del PNRR. Il cittadino partecipa, ma non necessariamente assume il ruolo di motore dell'iniziativa.
Quando invece l'impulso arriva direttamente dalla cittadinanza, secondo le evidenze raccolte dalla ricerca, possono emergere maggiori benefici collettivi, perché la partecipazione attiva diventa il punto di partenza per sviluppare ulteriori attività comunitarie. Il modello imprenditoriale presenta invece una maggiore componente economica, legata soprattutto alla riduzione dei costi energetici delle imprese.
La barriera delle competenze
La diffusione delle CER deve però confrontarsi con ostacoli ancora significativi. Tra i principali vengono indicate le complessità tecniche e burocratiche. La costituzione e la gestione di una comunità energetica richiedono infatti competenze ingegneristiche e giuridiche specialistiche che possono rappresentare una barriera soprattutto per le organizzazioni più piccole, come associazioni e cooperative. Una volta superata questa fase, anche il rapporto con il GSE viene descritto come complesso e caratterizzato da procedure lunghe e farraginose. A questi problemi si aggiungono, in particolare nei centri storici, quelli legati agli interventi sottoposti alla tutela delle Soprintendenze.
Il nodo degli incentivi
Un'altra questione centrale riguarda il rapporto tra valore economico dell'energia condivisa e incentivi pubblici. Il rapporto evidenzia il rischio di confondere i due elementi: se la sostenibilità economica di una CER dipende prevalentemente dall'incentivo pubblico, una sua eventuale riduzione o eliminazione potrebbe mettere in discussione la stessa tenuta della comunità. In questa prospettiva, assume particolare rilevanza lo scorporo in bolletta, previsto dal decreto-legge 3/2026 ma, al momento analizzato dalla ricerca, ancora non operativo in assenza dei relativi decreti attuativi. L'obiettivo sarebbe riconoscere direttamente un valore economico allo scambio di energia tra i membri, anziché ricondurre il beneficio principalmente alla distribuzione dell'incentivo.
Il rapporto solleva inoltre una questione sulla proprietà degli impianti. Gli attuali incentivi hanno favorito l'acquisto degli impianti da parte dei singoli membri, mentre una maggiore diffusione della comproprietà avrebbe potuto rafforzare i legami tra i partecipanti e rendere più stabile l'organizzazione nel tempo. La sfida per il futuro è quindi quella di creare condizioni che consentano alle CER di diventare un modello strutturale della transizione energetica, non dipendente esclusivamente dalla disponibilità di incentivi e capace di produrre benefici economici e sociali duraturi.
Dal modello energetico al modello di comunità
Il rapporto Euricse restituisce in definitiva un quadro in cui le CER sono in forte crescita ma ancora in una fase di consolidamento. La loro diffusione deve fare i conti con competenze specialistiche, procedure amministrative complesse, sostenibilità economica e differenti modelli di governance. Ma proprio la dimensione comunitaria potrebbe rappresentare il loro valore più significativo. Se adeguatamente sostenute, le CER possono diventare non soltanto strumenti per aumentare la produzione di energia rinnovabile, ma anche luoghi di partecipazione, collaborazione e sviluppo territoriale. Una prospettiva particolarmente rilevante per associazioni, cooperative, enti del Terzo Settore e comunità locali.
Il rapporto segnala infine una prospettiva ambiziosa: valorizzare maggiormente le risorse rinnovabili disponibili in Italia per ridurre la dipendenza energetica dall'estero e accompagnare il Paese verso una maggiore autonomia.