Il "reset umanitario" americano, 2 miliardi tra opportunità e condizionalità politiche
È passato poco più di un anno da quando gli Stati Uniti hanno sospeso, congelato e infine smantellato l'USAID — l'agenzia che per sei decenni era stata il principale strumento della cooperazione americana nel mondo, con uffici in oltre 60 Paesi e un portafoglio annuo da decine di miliardi di dollari. Quasi 10.000 dipendenti licenziati, migliaia di contratti rescissi, organizzazioni partner in tutto il mondo costrette a chiudere programmi d'emergenza da un giorno all'altro. Un terremoto di proporzioni storiche per il sistema umanitario globale.
Oggi, quegli stessi Stati Uniti sono tornati a finanziare la risposta umanitaria internazionale. Non attraverso i canali che avevano smantellato, ma attraverso le grandi agenzie multilaterali — WFP, UNICEF, Gavi, Croce Rossa — con un pacchetto di impegni che si avvicina complessivamente ai 2 miliardi di dollari. Tredici mesi dopo aver dissolto l'USAID, l'amministrazione Trump ha canalizzato quasi 2 miliardi di dollari verso organizzazioni multilaterali, allegando però condizioni più stringenti all'assistenza estera.
Il pacchetto: chi riceve cosa
Gli impegni annunciati nelle ultime settimane compongono un mosaico significativo. L'amministrazione ha impegnato 800 milioni di dollari al Programma Alimentare Mondiale per affrontare la malnutrizione grave in Paesi come Etiopia, Myanmar e Ucraina; 218 milioni all'UNICEF per salute infantile, nutrizione, acqua e servizi igienico-sanitari; 100 milioni a Operation End Starvation, un'iniziativa pubblico-privata contro la mortalità infantile; 50 milioni a una coalizione per lo sviluppo del vaccino contro l'Ebola.
Il 23 luglio scorso, gli USA hanno annunciato oltre 200 milioni di dollari per la Croce Rossa Internazionale e la Federazione Internazionale delle Società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa. Il 29 luglio, i Dipartimenti di Stato e della Salute hanno annunciato lo sblocco di 600 milioni di dollari per Gavi, la Vaccine Alliance — fondi stanziati dal Congresso ma trattenuti per mesi dal Segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. per via delle sue preoccupazioni sui vaccini contenenti mercurio. A questi si aggiungono 661 milioni al Global Fund per AIDS, tubercolosi e malaria, e oltre 570 milioni per la risposta all'Ebola in Congo e nelle regioni limitrofe.
Le ragioni del ritorno: sicurezza nazionale, non solidarietà
Perché Washington è tornata a finanziare il sistema multilaterale che aveva pubblicamente criticato come inefficiente e politicamente compromesso? Fonti coinvolte nelle trattative con il Dipartimento di Stato hanno indicato due ragioni principali: la sfida globale della salute pubblica, inclusa l'epidemia di Ebola, che ha dimostrato la necessità di investire nella sicurezza sanitaria multilaterale; e il fatto che, avendo chiuso l'USAID, gli USA non sono più in grado di mobilitare direttamente questo tipo di assistenza.
Mark Green, che aveva guidato l'USAID durante il primo mandato Trump, ha commentato: «Sembra che il governo abbia compreso che la sicurezza sanitaria globale è importante per la sicurezza nazionale americana». Una lettura che sposta il fondamento degli aiuti dalla solidarietà all'interesse strategico — un cambio di paradigma esplicito.
Il Dipartimento di Stato ha presentato questi finanziamenti come parte di un nuovo modello di assistenza umanitaria basato su velocità, accountability, impatto misurabile ed eliminazione degli sprechi burocratici, costruito sulla base del memorandum d'intesa "Humanitarian Reset" firmato con l'OCHA nel dicembre 2025. Jeremy Levin, il funzionario del Dipartimento di Stato responsabile degli aiuti esteri, ha precisato: «Useremo strategicamente le nostre relazioni con queste organizzazioni internazionali quando necessario. Ma questo non significa che dobbiamo dar loro soldi ogni anno».
Le condizioni politiche: chi resta fuori
Il ritorno degli USA nel sistema umanitario multilaterale non è incondizionato. Il memorandum con l'OCHA prevede restrizioni geografiche esplicite: i fondi americani non possono essere inviati in Afghanistan e Yemen. Levin ha giustificato l'esclusione dell'Afghanistan sostenendo di avere prove che gli aiuti destinati alla popolazione afgana siano stati intercettati dai Talebani. Devex
A queste restrizioni geografiche si aggiungono vincoli tematici altrettanto significativi: i fondi americani non possono essere utilizzati per progetti legati al cambiamento climatico. Una condizione che, in contesti dove siccità, alluvioni e desertificazione sono tra le principali cause di insicurezza alimentare, rischia di compromettere strutturalmente l'efficacia degli interventi.
Il principio di neutralità e imparzialità — cardine del diritto umanitario internazionale, che prevede che l'assistenza raggiunga chi ne ha più bisogno indipendentemente da considerazioni politiche — viene così piegato alle priorità dell'amministrazione Trump. Le Nazioni Unite hanno accolto i fondi pur esprimendo riserve su questo punto.
Un ritorno parziale, in un sistema che non si è ripreso
Per capire la portata reale di questo "reset", è utile contestualizzare i 2 miliardi di impegni americani nel quadro complessivo. Il WFP da solo necessita di 13 miliardi di dollari per raggiungere 110 milioni di persone vulnerabili nel 2026, ma i fondi disponibili restano drammaticamente insufficienti rispetto alle necessità. I 800 milioni promessi a WFP coprono meno del 7% del fabbisogno annuale dell'agenzia.
Il sistema umanitario globale non si è mai ripreso dal trauma del 2025. Le organizzazioni che avevano costruito la propria capacità operativa sulla base di finanziamenti USAID stabili e pluriennali hanno dovuto licenziare personale, chiudere uffici, interrompere programmi. Molte non esistono più. Il ritorno parziale degli USA attraverso i grandi canali multilaterali non ricostruisce quello che è stato smantellato: bypassa sistematicamente le organizzazioni locali e le ONG di medie dimensioni che rappresentavano l'ossatura capillare della risposta umanitaria sul campo.
Per la comunità della cooperazione internazionale, il messaggio è duplice. Da un lato, il riconoscimento che nemmeno l'amministrazione Trump può fare a meno del sistema multilaterale per gestire le crisi globali è una forma di legittimazione di quel sistema. Dall'altro, un sistema che dipende dai finanziamenti americani condizionati geograficamente, tematicamente e politicamente non è un sistema neutrale e indipendente: è uno strumento della politica estera di Washington.