Al via l'Assemblea ONU nell'anno più difficile del multilateralismo
New York si prepara ad accogliere uno dei vertici multilaterali più carichi di tensione degli ultimi anni. La 81ª sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite apre i lavori della settimana di alto livello in un contesto segnato da tre crisi simultanee che si proiettano sui corridoi del Palazzo di Vetro: la guerra tra Israele e Iran e i relativi blocchi alle vie marittime globali, il processo di pace incompiuto a Gaza e la corsa aperta alla successione di António Guterres alla guida dell'ONU.
Assenti e protagonisti
Il segnale politico più significativo arriva prima ancora dell'apertura dei lavori: il presidente cinese Xi Jinping salterà l'Assemblea Generale per partecipare invece a un incontro bilaterale con Donald Trump a Washington il giovedì. Una scelta che riflette dove si giocano davvero i rapporti di forza globali, e che ridimensiona di fatto il ruolo dell'ONU come sede privilegiata della diplomazia multilaterale.
Trump parlerà martedì — «questa è una città che il presidente ama», ha dichiarato un alto funzionario americano — in una settimana in cui sfileranno all'Assemblea i leader di Turchia, Giordania, Qatar ed Egitto. Mercoledì è atteso l'intervento del presidente iraniano Masoud Pezeshkian e del presidente siriano Ahmed al-Shaara. Giovedì sarà il turno del premier israeliano Benjamin Netanyahu, la cui allocuzione viene già anticipata dai diplomatici come particolarmente carica, con elezioni israeliane fissate al 27 ottobre sullo sfondo.
Tra le assenze anche quella della presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che non parteciperà all'Assemblea Generale. A rappresentare l'Italia a New York sarà il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Iran: tra guerra, blocco di Hormuz e diplomazia parallela
Tutti gli occhi saranno puntati sulla delegazione iraniana. La delegazione "core" — Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi — ha ottenuto i visti dall'ultimo momento dal Dipartimento di Stato americano, in ottemperanza agli obblighi degli USA come Paese ospitante. La delegazione sarà però sottoposta a restrizioni di movimento e divieti di acquisto di beni di lusso.
Sul piano diplomatico, l'UNGA offre come ogni anno canali di comunicazione informali che la guerra diretta non consente. Funzionari iraniani incontreranno controparti di Oman, Qatar e altri Paesi del Golfo, mentre Trump ha in programma un incontro con i leader del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). «Ci saranno molte opportunità per far passare messaggi», ha dichiarato Barbara Slavin del Stimson Center, citando possibili progressi sulla gestione dello Stretto di Hormuz — di fatto bloccato dall'Iran dall'inizio del conflitto, con riapertura condizionata alla rimozione delle sanzioni americane e al risarcimento per i danni di guerra. Anche gli Houthi yemeniti hanno complicato il quadro, sequestrando isole vicino al Bab el-Mandeb e aggiungendo controllo su un secondo chokepoint marittimo globale.
Palestina e Gaza: i visti negati e il Board of Peace arenato
Una delle decisioni più controverse della vigilia è il rifiuto americano di concedere i visti alla delegazione palestinese, con motivazione ufficiale che cita la glorificazione del terrorismo da parte di PLO e Autorità Palestinese. Il presidente Mahmoud Abbas interverrà all'Assemblea in videoconferenza per il secondo anno consecutivo — un'anomalia diplomatica che dice molto sullo stato dei rapporti tra Washington e Ramallah.
Francia, Regno Unito e Canada ospiteranno martedì un incontro di alto livello sulla soluzione a due Stati, in un momento in cui la violenza dei coloni in Cisgiordania è in forte aumento e il governo Netanyahu ha accelerato l'espansione degli insediamenti. I tre Paesi hanno annunciato a inizio settembre sanzioni sull'importazione di merci dagli insediamenti israeliani illegali.
Sul dossier Gaza, Richard Gowan dell'International Crisis Group rileva che la questione non peserà come nelle precedenti sessioni sul dibattito dell'UNGA, poiché il Consiglio di Sicurezza ha di fatto trasferito la responsabilità al Board of Peace lanciato da Trump a gennaio. Quel meccanismo, però, fatica a decollare: il disarmo di Hamas, il ritiro delle truppe israeliane e il dispiegamento di una forza di stabilizzazione internazionale sono ancora tutti obiettivi sulla carta. Netanyahu giovedì «si esibirà principalmente per il pubblico israeliano» con elezioni in vista, ha previsto Gowan, e si aspetta un attacco all'ONU per il suo presunto pregiudizio anti-israeliano.
Terzo straw poll: Grynspan recupera, Rodrigues-Birkett tiene
L'altro grande tema che attraversa la settimana di alto livello è la corsa alla successione di Guterres, il cui secondo mandato scade il 31 dicembre 2026. Venerdì scorso il Consiglio di Sicurezza ha tenuto il terzo straw poll — il sondaggio informale e segreto che sonda le preferenze dei 15 membri del Consiglio — in una sessione durata più di un'ora. L'ambasciatore francese Jérôme Bonnafont, presidente di turno del Consiglio, ha confermato lo svolgimento del voto senza rivelare i risultati.
Secondo fonti diplomatiche, la corsa ha ora due frontrunner chiare. La costaricana Rebeca Grynspan ha guidato il terzo round con 9 voti "incoraggianti" e 5 "scoraggianti" — recuperando il terreno perso nel secondo poll e tornando in testa. La guyaniana Carolyn Rodrigues-Birkett, che aveva guidato il secondo round, segue con 8 "incoraggianti" e 6 "scoraggianti". L'argentino Rafael Grossi, direttore generale dell'AIEA, si ferma a 5 voti favorevoli e 8 contrari — un profilo di opposizione crescente che complica la sua candidatura.

«La corsa ha ora due frontrunner chiare: Grynspan e Rodrigues-Birkett. Ma nessuna delle due ha ancora assicurato abbastanza voti nel Consiglio da sfuggire allo spettro di un possibile veto dei P5», ha dichiarato Daniel Forti dell'International Crisis Group. Il prossimo sondaggio — atteso subito dopo la settimana di alto livello — sarà decisivo per capire se la corsa a due regge o se si apre la strada a candidature nuove, come i diplomatici continuano a ipotizzare.
Gli altri candidati in campo sono: l'ex presidente senegalese Macky Sall, l'ecuadoriana Ivonne Baki, l'ex presidente cilena Michelle Bachelet, l'ex ministra degli Esteri ecuadoriana María Fernanda Espinosa e l'ugandese Olara Otunnu. La posizione americana — non ancora espressa a favore di nessun candidato — richiede che i contendenti si impegnino a portare l'ONU «back to basics», con «semplificazione significativa» dell'organizzazione e «gestione competente». Un profilo riformatore che Washington esige prima di esprimere il proprio sostegno.