shift the power

Shift the Power e localizzazione: una ricerca smonta la retorica del settore

La rivista World Development ha recentemente pubblicato "Power and its discontents: The long road to systemic change in the aid sector", il primo studio sistematico a livello globale che descrive le disuguaglianze di potere tra ONG del Nord e del Sud e analizza le azioni concrete in corso per ridurle. E a misurarne l'impatto reale. Il risultato è una fotografia dettagliata e, per certi versi, scomoda di un settore che ha adottato il linguaggio del cambiamento molto più velocemente di quanto stia cambiando nella sostanza.

Partendo da un'indagine condotta da su 458 organizzazioni in 55 Paesi — tra cui 4 dall'Italia — il team di ricercatori delle Università di Manchester, LSE, Uganda e Ghana ha trovato un livello di consapevolezza sorprendentemente alto e diffuso: il 77% delle ONG del Nord e il 71% di quelle del Sud riconosce che le relazioni tra i due poli sono "molto ineguali" nel sistema globale degli aiuti. Non c'è grande dibattito sulla diagnosi: chi ha il denaro ha il potere, e il denaro sta al Nord. Ma quando si passa dal riconoscimento del problema alle azioni concrete per risolverlo, il quadro cambia.

Chi guida l'agenda della localizzazione? Il Nord

La ricerca ha mappato le azioni in corso su cinque aree: programmazione, policy, governance, finanziamento e linguaggio. Il quadro che emerge è quello di un settore che si muove in modo diseguale e incompleto. Quasi il 70% delle ONG del Nord dichiara di aver preso l'iniziativa nel promuovere discussioni sul trasferimento di potere con i propri partner del Sud. Solo un terzo delle ONG del Sud dice lo stesso. In altre parole: è il Nord a guidare l'agenda del "dare potere al Sud". 

L'area dove si registrano più progressi è la programmazione: il 44% delle ONG del Nord ha adottato forme di co-programmazione con i partner del Sud, e il 12,5% ha ceduto la leadership dell'intera programmazione. Non è poco. Ma quando si passa alle policy — cioè alle decisioni strategiche su come le organizzazioni collaborano, come rendicontano, come allocano le risorse — il progresso si azzera quasi completamente. La forma più comune di coinvolgimento dei partner del Sud nelle policy rimane la "consultazione" prima delle decisioni, non la partecipazione alle decisioni stesse.

Nella governance si moltiplicano le dichiarazioni di impegno all'inclusione, si istituiscono advisory board con voci del Sud, si cambiano politiche di assunzione. Ma in pochi casi il potere decisionale si sposta in modo reale verso i soggetti che si dice di voler includere.

Sul fronte del finanziamento — che entrambi i gruppi identificano come la radice principale di tutte le disuguaglianze — l'azione più diffusa è il capacity building per il fundraising: si aiutano le ONG del Sud a imparare come raccogliere fondi da sole. È un'azione che suona positiva ma che, vista da vicino, perpetua la logica esistente invece di cambiarla. Come ha scritto un rispondente di una ONG scandinava: "Aiutiamo sempre i partner locali a diversificare la loro base di donatori. Speriamo che questo li renda meno dipendenti da noi anche se nella pratica risulta molto difficile". Meno del 30% delle ONG del Nord riporta di aver adottato finanziamenti veramente flessibili, non vincolati o pluriennali.

Sul linguaggio, infine, il settore è molto attivo: si eliminano parole come "beneficiari", "ufficio sul campo", "Paesi sottosviluppati". Cambiamenti utili nella misura in cui riflettono e rinforzano trasformazioni più profonde, molto meno se si limitano alla comunicazione.

Il trasferimento di potere (quasi) non c'è

La parte più originale e metodologicamente rigorosa dello studio è l'analisi delle 14 azioni concrete più diffuse attraverso tre lenti teoriche: il trasferimento di potere decisionale, la riduzione della dipendenza finanziaria esterna e il cambiamento istituzionale duraturo.

Il risultato è una tabella che parla da sola: quasi nessuna delle 14 azioni analizzate supera il test su nessuno dei tre criteri. Si prendano le più diffuse: i partner del Sud vengono coinvolti nella programmazione, ma spesso non hanno potere di veto sulle decisioni finali. Si adottano finanziamenti più flessibili, ma si mantengono condizioni, soglie di rendicontazione e restrizioni tematiche che delimitano l'autonomia reale. Si istituiscono advisory board con voci del Sud, ma raramente con potere deliberativo. Si promuove la diversità nello staff, ma non si sposta il controllo dell'agenda strategica.

La conclusione degli autori è netta: le innovazioni in atto sono "all'interno del sistema", non "del sistema". Migliorano le relazioni esistenti, le rendono meno sgradevoli, più partecipative, più rispettose. Ma non toccano il luogo dove il potere risiede davvero: chi decide cosa si fa, chi decide chi riceve i fondi, chi decide come si misura l'impatto.

Le barriere: strutturali per il Sud, psicologiche per il Nord

Le ONG del Sud e del Nord descrivono le barriere al cambiamento in modo molto diverso, e questa divergenza è rivelatrice. Il 55% delle ONG del Sud indica come ostacolo principale il controllo dei finanziamenti, dell'agenda e delle procedure di compliance. Solo il 28% delle ONG del Nord vede la stessa barriera. Per le ONG del Nord, la barriera più citata è invece la convinzione che "il grande cambiamento è al di fuori del nostro controllo" (31%) — il che, notano i ricercatori, può nascondere una forma sottile di resistenza: quella di chi si assolve di fronte a una sfida sistemica che non sente propria. C'è anche la paura. Il 9% delle ONG del Nord nomina esplicitamente il timore del cambiamento: cosa succede alla loro organizzazione, ai loro ruoli se riescono davvero negli obiettivo di trasferire potere e risorse al Sud? 

L'elefante nella stanza

Lo studio identifica una grande assenza nel dibattito: la domanda se le grandi ONG internazionali del Nord debbano gradualmente cedere il loro ruolo di intermediatori dei finanziamenti non compare in nessuna delle discussioni interne che le ONG del Nord stesse riportano. Non è che la risposta sia no — è che la domanda non viene posta. Anche questo è  potere: la capacità di determinare cosa può essere messo in agenda e cosa no.

La strada verso la trasformazione reale

La ricerca si conclude con l'identificazione di "Tre Orizzonti" , distinti per tipologie di azioni:

  • Le innovazioni conservative sembrano progressive ma in realtà prolungano la vita del sistema esistente: un esempio è il fenomeno delle grandi ONG internazionali che aprono uffici locali nei Paesi del Sud pur mantenendo il controllo del budget, del brand e dell'agenda strategica.
  • Le innovazioni di rottura migliorano il sistema senza cambiarne le fondamenta: la co-programmazione e co-progettazione, i finanziamenti più flessibili, le politiche di diversity. Sono dove si concentra la maggior parte delle azioni in corso.
  • Le innovazioni trasformative — le uniche che potrebbero produrre un cambiamento sistemico reale — rimettono in discussione le regole, i diritti, le norme e la cultura del sistema stesso. Significano costruire sistemi di finanziamento fondati sulla filantropia comunitaria e sulle risorse locali, dove il finanziamento esterno segue la leadership del Sud invece di modellarla.

L'innovazione conservativa della cooperazione italiana

Per le organizzazioni della cooperazione internazionale italiana, questo studio offre un'analisi scomoda ma preziosa. Le dinamiche descritte — la co-optazione del linguaggio senza trasferimento sostanziale di potere, il capacity building come sostituto del finanziamento diretto, la governance interna che cambia senza toccare il controllo dell'agenda — non sono specifiche dei Paesi del Nord analizzati nel campione. Sono strutturali al sistema della cooperazione internazionale così come è stato costruito negli anni.

La peer review OCSE dell'Italia del 2026 ha riconosciuto alcuni progressi reali sul fronte della localizzazione e anche le organizzazioni hanno aperto un dibattito a partire dalle reti nazionali che si sono dotate di un tavolo comune sul tema. Ma se si prende come specchio il dibattito che abbiamo sentito alla conferenza CO[OPERA] di quest'anno — dove la narrazione dominante è rimasta quella di un'Italia che fa bene anziché quella di un sistema che deve cambiare — suggerisce che anche nel contesto italiano la distanza tra il discorso e la trasformazione reale rimane ampia.

"Le innovazioni dentro il sistema non possono, anche cumulate, costruire il cambiamento sistemico necessario", scrivono gli autori nelle conclusioni. "Richiede di inseguire non innovazioni all'interno del sistema degli aiuti, ma innovazioni del sistema stesso." È una distinzione che vale la pena tenere a mente ogni volta che si parla di localizzazione, di co-progettazione, di partenariato paritario. Non perché le innovazioni incrementali siano inutili — sono necessarie. Ma da sole non bastano.

Scarica la ricerca





Informativa

L'accesso ai nostri contenuti è soggetto al consenso per l'utilizzo dei cookie per la sola finalità relativa ai dati relativi alle visite in forma anonima come indicato nella Cookie Policy.
Se accetti i cookie per le finalità indicate, potrai navigare liberamente su Info-cooperazione.it e noi potremo erogarti pubblicità e contenuti personalizzati.
Grazie ai ricavi realtivi a tali attività, supporterai il lavoro della nostra redazione.